Perché l’accordo tra Usa e Cina su TikTok non riguarda davvero la privacy. Anzi
A gennaio 2026 il governo degli Stati Uniti e quello della Repubblica Popolare Cinese hanno raggiunto un accordo che ha evitato il blocco definitivo di TikTok sul mercato americano. Chi aveva paura che TikTok sarebbe stata bandita per sempre dal suolo statunitense è stato smentito. L’intesa ha portato alla nascita di una nuova società, TikTok USDS Joint Venture LLC, con sede negli Stati Uniti, pensata per rispondere alle richieste di Washington in materia di sicurezza nazionale e protezione dei dati.
La nuova entità è strutturata appunto come una joint venture. Il controllo operativo è statunitense mentre le decisioni strategiche più rilevanti richiedono un equilibrio negoziato tra le due superpotenze, Usa e Cina. ByteDance, la casa madre cinese di TikTok, mantiene una quota del 19,9%, percentuale che consente di esercitare un’influenza significativa senza detenere formalmente la maggioranza. Tra gli investitori figurano fondi americani già presenti nel capitale di ByteDance, come General Atlantic, Susquehanna International Group e Coatue Management, mentre l’infrastruttura dei dati è affidata a Oracle che, come vedremo a breve, è uno dei veri attori protagonisti di questa vicenda.
Ufficialmente, la battaglia politica dell’amministrazione Trump è stata condotta in nome della tutela dei dati degli utenti statunitensi. L’idea che un’azienda cinese potesse avere accesso diretto ai flussi informativi di milioni di cittadini americani non era esattamente oggetto di simpatia per il governo Trump. È in questo contesto che, tra gennaio e febbraio del 2025, TikTok è stata temporaneamente rimossa dagli app store di Apple e Google negli Stati Uniti, a seguito dell’entrata in vigore del “Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act”. La rimozione non fu legata a violazioni tecniche bensì fu legata a una manovra politica. L’idea era quella di costringere ByteDance a cedere il controllo, come poi accaduto, o uscire dal mercato.
La coerenza di questa narrazione tuttavia appare fragile se inserita nel quadro più ampio della politica estera americana. Donald Trump è lo stesso leader che in più occasioni ha definito Nicolás Maduro un “narcoterrorista”, giustificando sanzioni, pressioni e deportazioni forzose in nome della democrazia. Una lettura che numerosi osservatori, tra cui Nicola Gratteri e Roberto Saviano, hanno trovato quantomai comica dato che la vera posta in gioco è il controllo delle risorse energetiche venezuelane (leggi: petrolio). In questo senso, anche nel caso di TikTok, la privacy digitale rischia di diventare uno dei tanti argomenti morali utilizzati per legittimare decisioni squisitamente geopolitiche ed economiche.
Dal punto di vista degli utenti, almeno nel breve periodo, l’esperienza d’uso di TikTok negli Stati Uniti non dovrebbe subire cambiamenti visibili. Ed è comprensibile, dato che quando due superpotenze si siedono al tavolo per salvare una piattaforma, significa che il valore economico e culturale in gioco è troppo alto per essere compromesso da interventi radicali sull’algoritmo o sul prodotto. Chiunque mastichi di social media, e abbia contezza storica delle grandi acquisizioni avvenute in passato (Facebook che compra Instagram e WhatsApp, Microsoft che compra LinkedIn etc) è consapevole di un assunto universale: social media che vince non si cambia. Intervenire su TikTok, macchina di attenzione globale che in molti paesi rappresenta l’app social col maggiore tasso di utilizzo, significa rischiare di sabotarne il funzionamento, e comprometterne dunque il ritorno economico.
Le decisioni commerciali e il cuore dell’algoritmo pare che resteranno dunque fortemente influenzati da ByteDance. Il vero spostamento di potere avviene dunque altrove, nella gestione dei dati. Negli Stati Uniti, questi saranno archiviati e trattati da Oracle, azienda che diventa così un nodo strategico tra piattaforma, governo e inserzionisti. Un ruolo che ricorda da vicino quanto accaduto durante la pandemia, quando social network come Meta e X (all’epoca Twitter) subirono pressioni politiche dirette per moderare contenuti ritenuti sensibili, dalla gestione sanitaria alle narrazioni geopolitiche.
Non è quindi irragionevole ipotizzare che anche Oracle possa trovarsi esposta a pressioni simili. La differenza è che in questo caso la leva non è più la moderazione dei contenuti, ma l’accesso privilegiato a dati estremamente granulari.
Alcuni utenti americani hanno infatti segnalato su Reddit che la nuova versione statunitense dell’app esplicita opzioni di tracciamento più invasive. TikTok dichiara ora di poter raccogliere informazioni dettagliate su localizzazione, genere, orientamento sessuale e status di cittadinanza. Dati che, se l’utente non nega il consenso, possono essere condivisi con partner commerciali per finalità pubblicitarie anche al di fuori della piattaforma. Il che pone interrogativi sul reale obiettivo di questo potenziamento del tracking dei dati, visto che la nuova TikTok a stelle e strisce si interesserà di scoprire se un utente, ad esempio, sia transessuale o abbia uno specifico status migratorio.
Per noi utenti europei almeno per ora lo scenario è diverso, nella misura in cui tutto resta invariato. L’app utilizzata nell’Unione Europea resta quella sviluppata da ByteDance e sottoposta ai regolatori comunitari, che sulla carta garantiscono tutele più stringenti rispetto al contesto statunitense. Una distinzione che rende TikTok un caso quasi unico. In teoria la piattaforma è una, eppure i modelli politici e giuridici sono diversi.
Resta infine una domanda più ampia, che va oltre TikTok. Quante contraddizioni dovranno ancora emergere tra tecnologia e geopolitica prima che l’Europa inizi a interrogarsi seriamente su chi sia, oggi, l’interlocutore più affidabile? Tra Stati Uniti e Cina la partita non è mai stata morale, ma di potere. E chissà a quante altre storture del governo Trump un cittadino europeo dovrà essere esposto prima di cominciare a simpatizzare più verso Oriente che verso Occidente.