La corsa di Trump per salvarsi alle elezioni di midterm: da una convention repubblicana a Las Vegas ai nuovi collegi per diluire il voto di neri e ispanici
Una Convention dei repubblicani per il midterm. È l’ultima trovata di Donald Trump per cercare di salvare il suo futuro politico. La Casa Bianca comunica che il presidente è riuscito a ottenere dal G.O.P il via libera a “un incontro di midterm in stile convention America First, in linea con la sua visione di dare energia al partito questo autunno”. L’evento dovrebbe illustrare “le grandi cose che abbiamo fatto a partire dalle elezioni presidenziali del 2024”. In realtà, i segnali per Trump non sono per nulla buoni. Il suo indice di gradimento è molto basso. Le sue politiche – a partire dalla repressione violenta scatenata dall’ICE a Minneapolis e in molte città americane – sono sempre meno popolari. Di qui, la ricerca disperata di modi per risalire la china e mantenere il controllo del Congresso il prossimo novembre. La Convention è solo uno dei modi. Tra le strategie perseguite con particolare attenzione, c’è quella relativa a regole e procedure elettorali.
Le Convention sono di solito organizzate nell’anno delle presidenziali. Il fatto che Trump ne voglia mettere in piedi una alla vigilia del midterm – almeno 60 giorni prima del voto del 3 novembre, probabilmente a Las Vegas – mostra il bisogno disperato di un evento mediatico che rilanci la sua agenda e soprattutto compatti gli elettori repubblicani, sempre più disorientati di fronte alle scelte dell’amministrazione. I democratici sono convinti di vincere, e alla grande, il prossimo 3 novembre. James Carville, stratega democratico di lungo corso, prevede che al midterm il suo partito conquisterà il Senato e farà incetta di seggi alla Camera, tra i 25 e i 45.
Anche tra i repubblicani si fanno comunque strada dubbi e timori. A esprimerli pubblicamente, per ora, è una minoranza esigua di senatori e deputati: Thom Tillis, Bill Cassidy, Susan Maine, Lisa Murkowski, Andrew Garbarino, Thomas Massie. La grande maggioranza del partito vive del resto in uno stato di terrore/idolatria/riconoscenza nei confronti del presidente, e difficilmente farà qualcosa per intaccarne la leadership. Ma la paura di una clamorosa sconfitta serpeggia nelle discussioni informali, negli incontri privati. Contro i repubblicani non gioca solo la figura di un presidente particolarmente impopolare. Gioca anche la storia. Dal 1938, in sole due occasioni il partito del presidente ha mantenuto il controllo del Congresso.
Trump non è però uomo che lasci qualcosa di intentato. Sa che se i democratici dovessero riconquistare il Congresso, non sarebbe solo la sua agenda politica a subire un definitivo arresto. Sarebbe anche il suo futuro, il futuro dei suoi interessi, a essere toccato. La maggioranza dem del Congresso farebbe immediatamente partire la procedura di impeachment. Il presidente sta quindi usando ogni strumento possibile per influenzare il voto. In particolare, si sta dando un gran daffare per cambiare le regole elettorali prima del 3 novembre. Lo sforzo è in sintonia con uno dei temi più tipici della sua retorica: quello delle frodi elettorali. Dalle presidenziali 2020 alle cospirazioni sul ruolo del Venezuela nelle elezioni USA alle macchine del voto truccate, Trump da anni alimenta sospetti sulla legalità dei processi elettorali. Lo ha fatto, di solito, quando ha perso. Questa volta lo fa prima della possibile sconfitta. “Le nostre elezioni sono fottutamente truccate”, ha detto in un incontro con i repubblicani del Congresso a inizi gennaio.
Tra le strategie sinora utilizzate dal tycoon, quella che ha fatto più notizia è il ridisegno dei collegi elettorali. Su richiesta della Casa Bianca, i legislatori repubblicani di Texas, Missouri, North Carolina hanno approvato nuove mappe elettorali più favorevoli al loro partito, e tali quindi da favorire la vittoria dei candidati repubblicani a novembre. Ha fatto lo stesso l’Ohio, dove comunque la Costituzione richiedeva modifiche ai distretti. La mossa, definita di solito gerrymandering, punta sostanzialmente a diluire il voto di neri e ispanici, aggregandolo a quello delle aree a maggioranza bianca e rendendo più difficile la vittoria di un candidato espressione delle minoranze. L’iniziativa non ha avuto l’effetto voluto, sostanzialmente per due ragioni. Anzitutto, è tutt’altro che certo che alla fine i flussi elettorali – soprattutto quelli legati agli ispanici – portino alla vittoria dei candidati repubblicani. In secondo luogo, i democratici hanno messo in moto – in California, Maryland, Virginia – processi di redistribuzione dei collegi che rischiano di vanificare gli sforzi degli Stati controllati dal G.O.P. Per questo la maggioranza dei repubblicani dell’Indiana ha alla fine respinto la richiesta di gerrymandering di Trump. Avrebbe rischiato di infiammare ulteriormente una situzione nazionale già abbastanza tesa, senza ottenere i risultati sperati.
Nella “lista dei desideri” di Trump per le prossime elezioni di midterm c’è però molto di più. Il presidente sta esercitando pressioni sulla leadership repubblicana del Congresso perché approvi il SAVE (Safeguard American Voter Eligibility Act), che renderebbe più problematico l’accesso al diritto di voto. Tra le misure proposte, la prova documentale di cittadinanza per registrarsi alle liste elettorali, con cancellazione delle registrazioni online o per posta e la necessità di presentarsi di persona con la documentazione comprovante la cittadinanza; e la richiesta di verifica delle liste elettorali, con rimozione degli iscritti la cui residenza è incerta. In diversi Stati, sempre su volere di Trump, si pensa ad altre iniziative. I repubblicani del Mississippi vogliono limitare il voto “in assenza”, che dovrebbe essere ricevuto per posta entro il giorno del voto stesso. Altrove si punta alla riduzione del numero di giorni di voto anticipato, e all’utilizzo dei database degli “U.S. Citizenship and Immigration Services” per controllare lo status legale degli elettori.
Anche in questo caso, lo sforzo dell’amministrazione non appare destinato a rapido successo. Diversi Stati democratici e molti gruppi, tra gli altri l’American Civil Liberties Union e la League of Women Voters, hanno aperto una serie di controversie legali, bloccando nei tribunali l’applicazione delle nuove procedure. Al presidente resterebbe dunque quella che possiamo definire l’opzione nucleare: la sospensione del voto. In un’intervista a Fox News, Trump ha detto: “Non dovremmo neppure avere un’elezione”. Sospendere il voto è però un atto clamoroso, che deve essere giustificato da una situazione di particolare emergenza.
È anche un atto difficile da realizzare. Un’elezione è sistema complesso, cui prendono parte migliaia di funzionari locali, statali, nazionali, e poi tribunali, amministratori, tecnici, militari, sotto il controllo di autorità diverse e operanti in tempi diversi. Anche se ci fosse un tentativo coordinato di bloccare il processo, questo avrebbe scarse possibilità di ramificarsi davvero dal centro alla periferia. A meno che Trump non denunci una situazione di particolare emergenza – causata per esempio dalle rivolte nelle città contro gli agenti federali – e faccia appello a mezzi emergenziali. L’ “Insurrection Act”, con l’invio dell’esercito nei centri urbani, potrebbe essere uno degli strumenti emergenziali. Anche in questo caso, sarebbe azione difficile da giustificare. L’“Insurrection Act”, utilizzato per l’ultima volta durante i riots di Los Angeles del 1992, può essere invocato in casi specifici e solo su richiesta delle autorità dello Stato. Non è quello che, a rigor di logica, sembra poter succedere. Come dimostra il passato, questo presidente ha però spesso sfidato la logica.