“L’Iran brucia e non ho notizie della mia famiglia. La colpa che non potrò mai espiare: essere viva”
di Neda Azad
Mi chiamo Neda Azad. Sono Persiana. L’Iran – la mia terra – è in fiamme. Ancora una volta. Raramente, però, le fiamme sono state così alte. Il mondo sa chi è l’incendiario: un regime che si fa chiamare Repubblica e che interpreta, nel modo più brutale, il significato letterale della parola Islam: sottomissione. La mia casa brucia, nell’inferno scatenato col pretesto di sedare manifestazioni nate in seguito allo sciopero dei gran bazar, e rapidamente estese alle piazze di oltre duecentocinquanta province del Paese. E più la protesta si allargava, più la risposta del regime si faceva spietata. Al posto dell’acqua, per spegnere l’incendio, il leader religioso ha scelto il sangue. Sangue innocente di migliaia di donne e uomini Iraniani, soprattutto giovani. Uno tsunami di inaudita ferocia, che si è abbattuto su tutta la popolazione: dimostranti e no.
Un massacro, nascosto agli occhi del mondo dalla notte digitale che ha inghiottito il Paese. Il blackout di internet più drastico della storia recente: 90 milioni di persone isolate dal resto del mondo. Le limitatissime comunicazioni telefoniche con l’estero sono riprese a singhiozzo in questi ultimi giorni. Le conversazioni durano pochi secondi. La linea cade di continuo. Appena il tempo di far sapere che sei ancora vivo. Ovviamente, è tutto sotto controllo, come sempre. La morsa, però, si è fatta ancora più asfissiante. Mortale direi. Ogni parola “in più” può diventare pretesto per nuove violenze. Io stessa, da più di tre settimane, non riesco ad avere notizie della mia famiglia.
Vorrei chiamare mia zia, sentire la sua voce, sapere se è viva. Dirle: “Khale jan, khoobi?”, “Cara zia, stai bene?”, “Non preoccuparti, cerca di mantenere la calma. Non ascoltare né radio né televisione. Non uscire di casa e, se hai bisogno di qualcosa, chiedi aiuto ai vicini”. È vedova e madre di due figli con gravi disabilità, e non ha nessuno che si prenda cura di lei. Vorrei poterle sorridere, come facevamo con le nostre videochiamate. Stringerla in un abbraccio, sia pure virtuale, per farla sentire meno sola. Provare a strapparle una risata e rendere meno straziante la distanza che ci separa da anni. Ma non azzardo videochiamate. Usare il mio telefono è rischioso. Potrebbero rintracciare la chiamata, e finirei col metterla in pericolo. Tutta la famiglia dei miei genitori è in Iran: è mio dovere proteggerli e proteggerci. A costo di sacrificare una parte di noi stessi, scegliendo esilio e solitudine.
Mia nonna, la mia unica nonna ancora in vita, chiede da anni di vedermi e abbracciarmi. Vorrebbe vedermi un’ultima volta, prima di morire. Con le lacrime agli occhi, le prometto che ci vedremo presto. Ma so che è una bugia. “Non è il momento”, le dico. Capisce, lo so. Ma non dice nulla. Mi guarda con infinita dolcezza e chiude, pregandomi di aver cura di me. Abbiamo il cuore fin troppo pesante. Non vuole appesantirlo ancora, con parole e lacrime che sanno di addio. Se – come diciamo in Iran – “le loro mani non arrivano a me” e non possono imprigionare, torturare e ridurre me in silenzio togliendomi la vita, cercano di farlo attraverso la paura. Da decenni, la dittatura islamica instilla il terrore nei pensieri e nell’anima delle persone, dentro e fuori i confini nazionali.
Anche io, che sono riuscita a scappare dall’inferno degli Ayatollah, pago un prezzo. La mia vita è marchiata per sempre: lutto, dolore, abbandono. Convivo con il senso di colpa: andata via di casa, ho abbandonato i miei fratelli e le mie sorelle. Li ho lasciati soli a combattere, a mani nude, nelle piazze, nelle strade, nelle carceri… Inermi di fronte ad un orrore impensabile. Ragazzi e ragazze di venti, trenta, quarant’anni. Bambini… Vedo i vicoli e le strade di Teheran, Mashhad, Esfahan, Tabriz, Rasht, coperte di sangue. Corpi ammassati ovunque: l’intero Paese è in lutto. E io sono qui, con una colpa che non potrò mai espiare: essere viva.
Le bugie del governo parlano di oltre tremila vittime. Per le associazioni non governative che si occupano di diritti umani, le persone trucidate nelle ultime due settimane sono oltre ventimila, una parte considerevole delle quali, in soli due giorni: 8 e 9 gennaio! A queste, si devono aggiungere circa diecimila persone arrestate in tutto il Paese, e circa trecentocinquantamila feriti. Pensateci: in vent’anni di guerra del Vietnam, sono morti poco più di cinquantottomila soldati Americani. Nel mio Paese, in pochi giorni, i morti superano già i ventimila!
In Iran, chi chiede pane e libertà, rispetto dei diritti umani e democrazia, secolarismo e laicità dello Stato, lo fa a prezzo della vita. Milioni di persone sono ostaggio di un clero oltranzista e granitico, che non ammette la minima critica. Una casta ferocemente attaccata al potere, che si abbatte con inaudita ferocia, su uomini e donne nati dopo il 1979, che non hanno scelto e non vogliono la teocrazia.
L’Iran va a fuoco, ancora una volta, e chi non vede fiamme, morte e devastazione o è cieco o è complice, e si gira dall’altra parte. Questa rivoluzione culturale – che qualcuno, non a torto, definisce “Rinascimento” – questa lotta di liberazione di migliaia e migliaia di giovani, coraggiose coscienze, ci riguarda e ci interroga tutti. Dall’inferno che li ha inghiottiti, migliaia di giovani Iraniani ci guardano. Non chiedono pietà. Chiedono di non essere dimenticati mentre muoiono. Non voltiamoci dall’altra parte. Non un’altra volta. Perché ogni volta che lo facciamo, le fiamme si alzano un po’ di più. E un giorno, forse, arriveranno a lambire anche le nostre case.