“La memoria è in crisi, ma passiamo il testimone a tutti quelli che sanno ascoltare”: intervista a Lia Levi, che si salvò in un convento
“Sono attonita di fronte al ritorno dell’antisemitismo. Io stessa mi son trovata con impegni presi da mesi che sono stati cancellati”. Sono le parole di Lia Levi, scrittrice, giornalista e superstite dell’Olocausto. A 94 anni non ha smesso di incontrare giovani per raccontare la sua storia, quella di una bambina ebrea che dopo l’8 settembre 1943 riuscì a salvarsi dalle deportazioni nascondendosi per dieci mesi con le sorelle Gabriella e Vera e la madre Leontina nel collegio romano delle Suore di San Giuseppe di Chambéry. Levi in questi anni ha scritto decine di libri per adulti e per ragazzi: l’ultimo Il sentiero di pietre blu (Il Battello a Vapore) con il nipote Simone Calderoni. L’abbiamo intervistata raggiungendola al telefono tra un incontro e l’altro alla vigilia della Giornata della Memoria.
Lia Levi, come vive questo 27 gennaio 2026?
Siamo in un tempo di crescente sovvertimento dei nostri valori. Viviamo male tutti. L’odio e la violenza hanno preso il posto del pensiero. Con questa pesante sensazione che porto sulle spalle mi accingo a incontrare delle scolaresche che mi hanno invitato. Mi consola, mi fa sperare il fatto che siano stati loro a cercarmi. Vorrei sottolineare un aspetto: la mia storia personale di bambina ebrea perseguitata dal fascismo e poi in fuga dai tedeschi è finita in molti libri che con mio grande piacere sono stati letti ma questo non è più il tempo delle emozioni, dobbiamo tornare a parlare della storia con la S maiuscola. E’ un lavoro urgente e necessario.
La memoria della Shoah è in crisi?
E’ in crisi la memoria. E’ diventata una specie di scatola vuota in cui viene infilata qualsiasi sofferenza, qualsiasi persecuzione. Nessuno vuole vantare un primato ma non possiamo paragonare gli avvenimenti con superficialità. Così facciamo un torto alla cultura.
Qual è il ricordo che le affiora in queste ore?
Il giorno in cui non sono più potuta andare a scuola. Ero in prima elementare. Mia madre con molta circospezione mi disse che avrei dovuto rinunciare alle lezioni, alle amiche perché Benito Mussolini non voleva i bambini ebrei a scuola. Ero così piccola che inizialmente pensai a quella rinuncia come ad un dono. Solo più tardi, quando vidi che mio padre perse il lavoro cominciai a comprendere. Non dimentico nemmeno il convento in cui venni portata cambiando nome e religione. La mamma mi disse che avrei dovuto imparare le preghiere e mi rassicurò ma il giorno che mi portò a San Giuseppe di Chambéry e dopo la visita all’edificio, la suora mi disse di salutare la mamma: non lo dimenticherò mai. Mi è rimasta la sensazione di essere stata abbandonata in una città straniera.
Con il suo ultimo libro Il sentiero di pietre blu ha voluto di fatto passare il testimone a suo nipote.
A voler dire la verità si è trattato di un passaggio relativo alla scrittura, non tanto della memoria. Non esistono nipoti e parenti cui passare per obbligo il testimone ma lo si fa con tutti quelli che sanno ascoltarti.
Il libro – che poi sono due in uno – è comunque un nuovo modo per parlare alle nuove generazioni, anche attraverso la fantasia.
Sì, c’è molta avventura in questo testo. Sono pagine per nulla noiose. Forse a qualcuno piacerà più la mia storia ad altri quella di Simone ma è stato bello scriverlo assieme. Pensi che abbiamo anche litigato ma alla fine siamo riusciti a trovare la quadra.