L’attualità di Verdi non risiede nella celebrazione, ma nella resistenza del suo teatro: così continua a parlarci oggi
Giuseppe Verdi occupa nella storia della musica un luogo che non è solo centrale, ma di spartiacque. A 125 anni dalla sua morte, Verdi è un classico che non consola, ma ancora strugge, commuove e ispira. E lo fa con quella miscela di rigore e istinto che rende la sua opera un caso unico nella modernità musicale.
Io non sono “verdiano”, ma non posso non riconoscerne la grandezza. Come scrisse da par suo Mario Bortolotto: “La dipartita di Verdi era stata l’occasione per allestire un mito. Spettò anzitutto come prevedibile, all’alta rettorica dannunziana. Nella canzone Per la morte di Giuseppe Verdi, accolta nel 1904 in Elettra, sono tutte le ragioni di quella mitologia popolare: universalismo: ‘Pianse ed amò per tutti’; terrestrità: ‘ci nutrimmo di lui come del pane’; sapore terragno: ‘nato dalla zolla, / dalla madre dei buoi / forti’; patriottismo: ‘La melodia suprema della patria’, oracolo minaccioso: ‘congiunto / in terra avea con la virtù de’ suoni / tutti gli spirti per la santa guerra’.”
Chi accoglieva lo scomparso – e qui si tocca lo zenit – erano poi Dante, Leonardo, Michelangelo. Non si intende la compagnia, ma, certo, non si può far di peggio, e più sonoramente. Quando invece, vent’anni dopo, il musicista cade nelle mani della Ronda, è tutt’altra musica. I “fratelli antichi” si sono dileguati: resta, in primo piano, la “atavica semplicità”, l'”effetto esagerato e fulmineo” (…). È questo quel residuo elementare, che percorre l’opera verdiana, fino alla fine che più tardi Alberto Moravia tentò di enucleare come “volgarità”: affrettandosi ad aggiungere ch’essa “altro non è se non la permanenza, in quel contesto nazionale e sociale, di valori vetusti, di stabili codici morali, che si possono far risalire addirittura al Rinascimento”.
L’importanza di Verdi non risiede soltanto nell’aver dato forma definitiva al melodramma italiano, ma nell’averlo sottoposto a una radicale rifondazione dall’interno. Verdi parte dal teatro d’opera ottocentesco, dai suoi codici e dalle sue convenzioni, per portarli al limite di rottura. Dalla spinta giovanile di Nabucco e I Lombardi fino alla lucidità crepuscolare di Falstaff, il suo percorso è quello di un compositore che non smette di mettere in discussione il proprio linguaggio. Ogni opera è una verifica, ogni successo una tappa provvisoria.
Le opere principali scandiscono questa traiettoria con chiarezza quasi didattica. Rigoletto, Il trovatore e La traviata segnano la conquista di un teatro in cui il personaggio non è più mera maschera, ma vivo archetipo moderno. Simon Boccanegra e Don Carlos introducono una dimensione politica e storica più complessa, fatta di zone d’ombra, di conflitti irrisolti. Aida espande lo spazio scenico e sonoro senza cedere all’esotismo facile, mentre Otello e Falstaff rappresentano l’approdo a una scrittura continua, nervosa, quasi prosciugata, dove l’aria tradizionale si dissolve in un flusso drammatico di precisione chirurgica.
La risonanza musicale di Verdi oggi è legata a questa capacità di parlare al presente senza aggiornamenti cosmetici. Le sue opere resistono alle vane mode registiche perché contengono già, nella partitura, un pensiero teatrale forte, strutturato, autosufficiente. Verdi conosce il tempo scenico, il peso del silenzio, l’impatto drammatico di una pausa. Il confronto con Wagner, spesso ridotto a una sterile contrapposizione da derby, è in realtà uno dei nodi più fertili della storia musicale europea. Verdi guarda Wagner con attenzione, senza sudditanza. Ne comprende la portata rivoluzionaria, ma rifiuta l’idea di un sistema totale, di un mito che si sostituisce al teatro. Dove Wagner tende alla fusione e all’infinito, Verdi sceglie il limite, l’immediato, il “troppo umano”. È un dialogo a distanza, fatto di differenze radicali e di reciproco rispetto, ma un melomane può benissimo amare entrambi.
L’influenza di Verdi sulla musica successiva è meno appariscente di quella wagneriana, ma non meno profonda. Si manifesta nella centralità della voce come veicolo drammatico, nell’attenzione al ritmo della parola, nella capacità di fare del teatro un luogo di verità e non di ornamento. Da Puccini a Britten, da certi esiti del verismo fino a riflessioni novecentesche sul rapporto tra musica e scena, Verdi rimane una presenza silenziosa ma decisiva. In questo sta la sua attualità: non nella celebrazione, ma nella resistenza del suo teatro, che continua a parlare con voce ferma, attraversando il tempo senza consumarsi, al di là delle mode fatue.