Lazio, dall’1 febbraio si cambia sulle ricette mediche: ma le nuove regole del presidente Rocca scatenano proteste
Dal primo febbraio cambiano le regole per le ricette per le prime visite specialistiche e per gli esami diagnostici nel Lazio e, con esse, si riaccende lo scontro sulle liste d’attesa nella sanità pubblica. La Regione ha deciso di ridurre in modo significativo la validità delle impegnative, legandola in modo più stringente alle classi di priorità indicate dai medici. Una scelta che il presidente Francesco Rocca, che ha mantenuto per sé la delega alla sanità, rivendica come un intervento di “ordine e trasparenza per sfoltire le liste d’attesa”, ma che per molti cittadini rischia di trasformarsi nell’ennesimo ostacolo in un sistema già congestionato, dove le prime disponibilità arrivano spesso nel 2027.
Fino a oggi, infatti, la validità delle ricette era fissata a 180 giorni, indipendentemente dalla priorità. Dal primo febbraio, invece, il quadro cambia radicalmente. Le prescrizioni con priorità Urgente (U), da erogare entro 72 ore, avranno una validità di soli 10 giorni. Quelle con priorità Breve (B), che dovrebbero garantire l’accesso entro 10 giorni, scenderanno a 20 giorni. Per la priorità Differita (D) la validità sarà di 40 giorni per le visite e di 70 per le prestazioni strumentali, contro i 180 attuali. Infine, per la classe Programmata (P), da erogare entro 120 giorni, la validità si riduce a 130 giorni.
Un intervento che, secondo Rocca, mette fine a un sistema “caotico”. In un video pubblicato sui suoi profili social, il presidente ha spiegato che “tantissimi cittadini nel Lazio chiamano per richiedere un appuntamento ben oltre i termini entro cui la prestazione dovrebbe essere erogata in base alla classe di priorità”. Proprio la lunga durata delle ricette, sempre secondo il governatore, avrebbe finito per alterare l’ordine delle liste: chi prenota molto tempo dopo, ma con una priorità elevata, rischierebbe di superare chi aveva una priorità differita ma si era mosso prima. Da qui la necessità, ribadisce Rocca, di un sistema che non penalizzi nessuno ma renda le regole più chiare.
Ma il messaggio non ha convinto una parte consistente dei cittadini. I video del presidente sono stati sommersi da commenti critici, in cui la riduzione della validità delle ricette viene letta come un modo per scaricare sui pazienti responsabilità che, secondo molti, stanno altrove. “Ah quindi il problema erano le ricette, non le liste d’attesa?”, scrive un utente. “Avrete triplicato le risorse, immagino. Perché se resta tutto così, medici, infermieri e macchinari non diventano super potenti”. C’è chi racconta di non aver “mai trovato posto neanche contattando il CUP il giorno stesso dell’emissione della prescrizione con urgenza”, e chi invita la Regione a “non distogliere l’attenzione dal reale problema”.
Altri parlano di agende sistematicamente chiuse, di ricette che scadono non per disorganizzazione dei cittadini ma per l’impossibilità materiale di prenotare. “Fatevi un giro nei CUP, chiedete ai pazienti”, scrive una donna. “Siamo noi ad avere il vero polso della situazione e a sentirci dire che prima del 2027 tante visite non sono disponibili”. Nei commenti riaffiora anche la frustrazione di chi vede nella riforma un intervento di facciata che non incide sull’offerta reale di prestazioni. “Se ho una prescrizione urgente e mi rispondono che non c’è posto prima di quattro mesi, che senso ha parlare di urgenza?”, scrive un altro cittadino. E c’è chi arriva a una conclusione più radicale: “Avete dato la sanità ai privati e alle assicurazioni. Se hai soldi ti curi, altrimenti crepi nell’attesa”.
Alle proteste dei cittadini si sono aggiunte quelle delle opposizioni. Daniele Leodori, segretario del Pd Lazio e consigliere regionale, commenta a ilfattoquotidiano.it: “La responsabilità delle liste d’attesa non può essere scaricata sui cittadini come fa il presidente Rocca, riconducendo il problema al momento in cui chiamano per la prenotazione. Così si rovescia la realtà: il problema non è quando i cittadini prenotano, ma il fatto che, ignorando le priorità indicate dal medico, visite ed esami vengano fissati a distanza di mesi o addirittura di un anno”. Secondo Leodori, la riduzione della validità delle impegnative non affronta il nodo centrale: “Non aumenta l’offerta di prestazioni e non riduce le liste d’attesa. La verità è che sempre più persone sono costrette a rivolgersi alla sanità privata per potersi curare. È una situazione inaccettabile”. La vera urgenza, conclude, è “investire in modo strutturale e continuativo nella sanità pubblica, potenziando personale, strutture e servizi”.