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“I farmaci dimagranti? Queste punture funzionano per un breve periodo, quando si smette di prenderle poi si ingrassa subito di nuovo”: l’allarme nel nuovo studio di Oxford

Il professore Paul Gately spiega come dimagrire in maniera saggia: sì ai farmaci, ma abbinati alla dieta e alla cura della salute fisica e mentale
“I farmaci dimagranti? Queste punture funzionano per un breve periodo, quando si smette di prenderle poi si ingrassa subito di nuovo”: l’allarme nel nuovo studio di Oxford
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Le iniezioni per dimagrire non sono la panacea di tutti i grassi e non garantiscono risultati a lungo termine. In base ad una ricerca condotta dall’Università di Oxford e pubblicata su BMJ (British Medica Journal), chi si sottopone a trattamenti agonisti del GLP-1 come il semaglutide e tirzepatide, dai nomi commerciali più noti come Ozempic e Mounjaro, è più incline a riprendere il peso perso quando smette il trattamento che, normalmente, dura al massimo 12 mesi. “Quando cinque anni fa sono entrati nel mercato affermandosi come strumento efficace, molti li hanno visti come “la soluzione di tutti i mali”, spiega al Fatto Quotidiano Paul Gately, direttore del centro More Life che si occupa di obesità e professore di Exercise and Obesity presso la Beckett University di Leeds.
Oggi, però, anche le iniezioni per la perdita di peso hanno mostrato i loro limiti tanto che i ricercatori, nelle annotazioni, hanno invitato a chiarire ai pazienti che non esistono “formule magiche” o scorciatoie per perdere peso.

“Le diete non funzionano, l’esercizio fisico non funziona, la psicologia non funziona, ma questi farmaci funzionano”: questa era la narrativa convincente degli albori ricordata da Gately per spiegare la formula del successo di chi si poteva permettere questi trattamenti, dai risultati assicurati. “Ma, nella scienza – ha poi aggiunto – tutto si evolve e quello che sappiamo oggi è che queste punture funzionano per un breve periodo di tempo. Proprio come le diete, come l’esercizio fisico e come la psicologia”.

Il senso del ragionamento del professore è che queste ricette non vanno viste né utilizzate singolarmente, ma adattandole alle situazioni e ai diversi individui. “Se tutto ciò che facciamo è confrontare uno strumento con un altro per cercare la soluzione, quando questo smette di funzionare è un fallimento e siamo destinati a fallire nella lotta all’obesità, quindi – deduce – fa parte della gestione continua della vita delle persone riconoscere quali sono i loro punti di forza e quali i loro punti deboli”.
I ricercatori di Oxford hanno comunque confermato i benefici portati dal dimagrimento indotto dalle iniezioni sia sul sistema cardiovascolare che sulla salute in generale, dando risultati positivi sul livello di zuccheri nel sangue e sul colesterolo, dati che però durano fino ad un anno dopo la somministrazione del farmaco per poi tornare ai livelli originali. La stessa cosa accade per chi ha perso peso senza scorciatoie ma assumendo regimi di vita e alimentazione più corretti, però le tempistiche sono diverse perchè, in questo caso, il regresso è molto più lento.

L’importanza di bilanciare il farmaco

I farmaci da iniettare che usano il semaglutide possono essere prescritti per un massimo di due anni, mentre Mounjaro, che è il nome commerciale del farmaco a base di tirzepatide non ha ancora alcun limite di utilizzo, spiega il Times che ha citato la ricerca.
In entrambi i casi, però, al termine delle iniezioni, il recupero del peso avviene in tempi più brevi perchè basta un anno e mezzo dalla fine del trattamento. L’esempio concreto dei ricercatori di Oxford è fornito da 37 studi compiuti su 10.000 casi: in media il trattamento dura nove mesi, con un follow up di altri sette. Chi perde meno di 15 kg di media, ne riprende 10 dopo la fine delle punture. Chi invece prende altri tipi di farmaci dimagranti in media perde 8,3 kg ma ne riprende 4,8 entro un anno e impiega un anno e sette mesi per tornare al peso originale. Un altro dei limiti delle iniezioni è che sono molto costose e soprattutto che non instillano l’idea di assumere abitudini corrette da mantenere nel tempo, così, una volta interrotte, tutto torna come prima, compreso il peso sulla bilancia.

“Le persone con maggiori difficoltà finanziarie hanno anche livelli più elevati di obesità – aggiunge il prof Gately – quindi è vero che un farmaco costoso può essere utilizzato solo dai ricchi. Ma anche in questo caso, dato che smette di funzionare una volta che smettiamo di prenderlo, le persone devono continuare a prenderlo per molto tempo – e non ci sono prove che dimostrino che sia la cosa giusta da fare”. È a quel punto che, a suo dire, bisognerebbe “ricorrere alla “cura integrata”, che consiste nel bilanciare il farmaco con una buona alimentazione, una buona educazione all’esercizio fisico, il supporto psicologico e il trattamento delle emozioni, in modo che il farmaco sia solo uno degli strumenti a disposizione, non la soluzione semplice.

Le conclusioni

La conclusione è che: “la maggior parte delle persone che hanno un problema di peso hanno fallito nel loro percorso di dimagrimento. Non è che le persone non ci provino, è che gli strumenti che vengono loro offerti non sono abbastanza efficaci”. Questa attitudine porterebbe ad abituarsi al fallimento, ma “poiché questi farmaci sono commercializzati come se fossero la soluzione, le persone ci credono”. Poi, sfortunatamente, tutto inizia a diventare più difficile: la perdita di peso inizia a rallentare, o il farmaco è troppo costoso per poter continuare, oppure ci sono parecchi effetti collaterali associati. “Tutti questi fattori inducono le persone a smettere di assumere il farmaco e non appena riprendono peso, sentono di aver fallito di nuovo. Quindi, stiamo insegnando alle persone a fallire continuamente e questo non è d’aiuto”. Va anche aggiunto che secondo il prof Gately “la maggior parte delle persone che soffrono di obesità sa cosa dovrebbe o non dovrebbe fare”. Una mamma impegnata con i figli, un uomo che lavora molto (per stare negli stereotipi classici) che hanno un problema di peso, in quale momento della giornata può pensare alla dieta, all’attività fisica, al sonno e a tutte le altre cose?.

Le persone, insomma, saprebbero cosa fare, “ma la vita impedisce loro di farlo”. “I farmaci – conclude Gately – possono essere utili, ma c’è anche bisogno di un po’ di sostegno su come affrontare la vita, in modo più ampio. Non per educare a cosa mangiare o a quali esercizi fare, quello si sa già, ma su come farlo, come inserirlo nella propria routine, come affrontare i momenti stressanti in una situazione familiare, come regolare meglio le proprie emozioni. Queste sono le vere soluzioni di cui abbiamo bisogno”.

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