L’incidente di Palomares del 1966 è un monito: nessuno accetterebbe il rischio nucleare in cambio di sicurezza
L’incidente di Palomares del 17 gennaio 1966 è una di quelle vicende che l’Europa tende a ricordare poco, forse perché mette a nudo una verità scomoda: anche il nostro continente, spesso percepito come distante dai grandi disastri nucleari, è stato teatro di un rischio enorme e sottovalutato.
Quattro bombe all’idrogeno statunitensi da 800 kg l’una – ciascuna potente come 100 volte la bomba che cancellò Hiroshima – caddero nei pressi di un piccolo villaggio andaluso dopo la collisione in volo di due aerei militari: un’aerocisterna carica di combustibile e un bombardiere che trasportava le testate termonucleari. Due ordigni detonarono solo la parte di esplosivo convenzionale, e dispersero materiale radioattivo sul suolo spagnolo. Oltre a ciò, precipitarono anche le carcasse dei velivoli: oltre 100 tonnellate di macerie caddero sul suolo della piccola città spagnola.
Tre delle quattro bombe furono recuperate subito, ma per la quarta si dovettero eseguire ricerche nel Mediterraneo: venne riportata a galla solo in aprile, dopo un recupero da 869 metri di profondità. Non ci fu un’esplosione nucleare, ma le conseguenze ambientali e sanitarie segnarono profondamente il territorio e la popolazione.
Solo nel 2023, facendo seguito ad accordi raggiunti nel 2015, la Spagna chiese ufficialmente agli Usa la rimozione dei 50mila metri cubi di suolo radioattivo contaminato dal plutonio, disperso dalla caduta degli ordigni, dal comune di Cuevas de Almanzora, in provincia di Almeria. Ma ad oggi restano ancora 40 ettari circa di terreno da rimuovere.
Palomares dimostra che il pericolo nucleare non è solo legato alla guerra totale, ma anche alla “normalità” della deterrenza, agli incidenti, agli errori umani e tecnici. In piena guerra fredda, l’episodio fu minimizzato per ragioni politiche e strategiche. Le immagini del ministro franchista Manuel Fraga che fa il bagno in mare per rassicurare l’opinione pubblica sono diventate il simbolo di una comunicazione più interessata a negare il problema che ad affrontarlo con trasparenza.
Oggi, a distanza di decenni, il messaggio di Palomares dovrebbe essere più attuale che mai. L’Europa vive in un contesto geopolitico instabile, con conflitti ai suoi confini e un ritorno esplicito alla retorica della minaccia nucleare. Parlare di “incidenti improbabili” non basta più. La storia ci insegna che ciò che è improbabile può comunque accadere, e quando accade lascia ferite che durano generazioni.
Mi auguro davvero che sul suolo europeo non avvengano mai più esplosioni nucleari, né per errore né per scelta deliberata. Questo significa rafforzare gli accordi di disarmo, ridurre la presenza di ordigni atomici, investire nella sicurezza e, soprattutto, nella diplomazia. Significa anche riconoscere apertamente gli errori del passato, bonificare davvero i territori colpiti e ascoltare le comunità che ne hanno pagato il prezzo.
Palomares non è solo un incidente del passato: è un monito. Ignorarlo sarebbe un atto di irresponsabilità storica. Ricordarlo, invece, può aiutarci a costruire un’Europa che non accetti più il rischio nucleare come un prezzo inevitabile della sicurezza, ma che lavori perché quel rischio venga definitivamente superato.