Ecco lo Stato autoritario di Meloni: mano libera ai poliziotti e diritti rispettati solo se non sei straniero
Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in calo, il governo ha annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra all’immigrazione.
Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni.
Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile – dopo che un ennesimo colpo di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo al dibattito del Parlamento – sono state definite da Antigone, come recita il titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale.
Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il cosiddetto Daspo urbano, per cui – in presenza di nessun crimine e senza alcuna supervisione giurisdizionale – si cacciano intere categorie di persone da stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un dovere.
Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria, che avrà mano libera e nessun vincolo giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio piacimento.
Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito, pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non accompagnati.
È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati, affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare.
L’Italia – uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto vivere quelle tragedie – è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti, paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro democratico.