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Il futuro
Dopo tragedie come questa, cosa può realisticamente offrire oggi la medicina a chi è sopravvissuto ma porta sul corpo e nella mente segni indelebili?
Può offrire alta sopravvivenza anche in casi gravissimi, recupero funzionale significativo, miglioramento estetico progressivo, controllo del dolore e del prurito, percorso psicologico e riabilitativo che consente ritorno a scuola, sport, vita sociale. Non cancella l’evento, ma può trasformare la prognosi e la quotidianità.
Guardando al futuro, quali progressi della chirurgia plastica e rigenerativa potrebbero cambiare radicalmente la prognosi di giovani vittime di grandi ustioni?
Tre aree stanno cambiando tutto: cute ingegnerizzata e rigenerativa (derma+epidermide più simile alla pelle vera); biostampa, cellule staminali e terapie antifibrotiche per ridurre cicatrici e retrazioni; chirurgia microvascolare avanzata + neurotizzazione per restituire sensibilità e funzione. A questo si aggiunge l’uso sempre più preciso di laser e tecnologie per la cicatrice.
Da medico e scienziato che ha affrontato interventi estremi, come il primo trapianto di faccia in Italia, cosa significa per lei accompagnare un paziente in una battaglia che non è solo clinica, ma profondamente umana?
Significa essere medico, ma anche testimone e guida. In questi casi la tecnica non basta: serve continuità, responsabilità morale, capacità di ascolto. La chirurgia estrema ti ricorda che non stai operando una ferita: stai operando una storia. E il vero successo non è solo la sopravvivenza: è vedere quel paziente tornare a vivere, con un futuro possibile.