Il mondo FQ

In Iran non si protesta solo per il pane, ma per riprendere il Paese dalle mani di chi ha sprecato le nostre ricchezze

Al di là dell’esito delle proteste, un fatto è innegabile: ciò che vediamo oggi nelle strade iraniane è reale. Si tratta di una profonda trasformazione sociale che non si può ignorare
In Iran non si protesta solo per il pane, ma per riprendere il Paese dalle mani di chi ha sprecato le nostre ricchezze
Icona dei commenti Commenti

di Somayeh Haghnegahdar*

Da anni, nei dibattiti sull’Iran, alcuni movimenti di sinistra, sia locali che occidentali, hanno analizzato la società iraniana principalmente attraverso prospettive ideologiche, lenti che spesso si sono dimostrate distanti dalla realtà della vita quotidiana delle persone. Oggi questa distanza è più evidente che mai, soprattutto di fronte alle immagini di enormi folle che in questi giorni affollano le strade.

Gli iraniani, che per anni hanno vissuto all’ombra di un regime teocratico e repressivo, sono pienamente consapevoli dei pericoli dei governi ideologici. Tutti insieme chiedono la caduta della Repubblica Islamica e vogliono un governo laico e democratico, capace di ricostruire un Iran devastato dagli ayatollah per quasi mezzo secolo e di restituire libertà e dignità umana ai cittadini.

È vero che la scintilla di queste proteste è stata accesa per motivi economici, come il crollo del valore del rial e le difficoltà della vita quotidiana, ma queste manifestazioni non riguardano solo il “pane”. Esse mirano a riprendere il Paese dalle mani di coloro che per anni hanno sprecato le nostre ricchezze. Da quasi mezzo secolo, nonostante le enormi risorse naturali e umane, non si è realizzata né giustizia, né benessere, né sicurezza. La corruzione organizzata, il saccheggio delle risorse pubbliche e un’ideologia intimidatoria hanno trascinato la vita della popolazione nella povertà, nella repressione e nella disperazione, mentre il capitale nazionale è stato distrutto dalle sfide regionali in Medio Oriente, destinato ad armare e sostenere forze proxy islamiche.

Per molto tempo, la narrativa dominante voleva che i sostenitori di un possibile ritorno della monarchia fossero un gruppo marginale e nostalgico, confinabile al passato o etichettabile con termini storici come “SAVAK” (i membri o sostenitori della polizia segreta del regime iraniano precedente). Tuttavia, la loro partecipazione attiva in alcuni movimenti sociali dimostra che questi individui fanno parte di una società più ampia, che opera al di fuori di schemi ideologici rigidi, e che non si può ignorare la loro legittimità e il loro ruolo sociale.

Un esempio eclatante di questa contraddizione è la bandiera del Leone e Sole, uno dei simboli storici e nazionali dell’Iran, le cui origini risalgono alla Rivoluzione costituzionale, e che la Repubblica Islamica ha rimosso dalla bandiera e dalla sfera pubblica. Un tale gesto non favorisce né l’unità né la coesione nazionale, ma può generare rabbia e divisione. Questa è precisamente la logica che la Repubblica Islamica ha applicato per decenni per cancellare i simboli dell’identità nazionale iraniana. Opporsi a questi simboli, consapevolmente o meno, significa muoversi lungo lo stesso percorso del regime. Riconoscere questa realtà è fondamentale per comprendere le dinamiche sociali in corso in Iran.

Una contraddizione ancora più profonda emerge nel riproporre il discorso “anti-imperialista”. Per quasi mezzo secolo, la Repubblica Islamica ha giustificato repressione, povertà e isolamento internazionale in nome di questa narrazione. Il risultato è evidente per tutti: un Paese ricco di risorse umane e naturali, isolato e fermo nello sviluppo. Riproporre oggi la stessa logica, anche con linguaggi diversi, significa perpetuare un fallimento storico.

Un altro errore è pensare che gridare slogan contro la Repubblica Islamica sia sufficiente per rappresentare il popolo. Non è così. Né la dittatura del proletariato, né i miti delle vecchie rivoluzioni, né un nazionalismo isolato che finisce per trasformare figure come Qasem Soleimani in simboli di “resistenza”, sono compatibili con le aspirazioni della maggioranza degli iraniani. Ciò che la popolazione chiede è una vita normale: dignità, libertà e relazioni sane con il mondo.

Molti osservatori restano oggi stupiti di fronte alla realtà delle strade. Per anni si è pensato che la maggioranza della società avesse posizioni definite e che i monarchici fossero solo una minoranza rumorosa. Alcuni sostengono addirittura che slogan come “Pahlavi tornerà” siano artificiali e non realmente popolari. Tuttavia, le immagini, i suoni e la partecipazione reale raccontano una storia diversa.

Non c’è dubbio che tra i critici della monarchia esistano preoccupazioni reali e storiche, spesso legate a esperienze dolorose del passato e alla paura della concentrazione del potere. Tuttavia, ignorare la realtà attuale della società iraniana e ridurre milioni di manifestanti a una “minoranza organizzata” o a movimenti “artificiali” non aiuta a comprendere la fase in cui l’Iran si trova oggi.

Nella società iraniana si prospettano due principali percorsi per la transizione dalla Repubblica Islamica. Il primo consiste nel continuare l’interazione con i movimenti riformisti e con alcune correnti di sinistra; l’esperienza e le osservazioni degli ultimi decenni mostrano che questo orientamento tende a riprodurre le strutture esistenti all’interno della Repubblica Islamica e a rigenerare strutture politiche ed economiche precedenti difettose. Il secondo percorso si concentra sull’allineamento con le reali richieste della popolazione e sulla partecipazione attiva dei cittadini: dialogo per la creazione di istituzioni nazionali, convocazione di un’assemblea costituente e affidamento della forma futura dell’Iran alla decisione libera dei cittadini.

Indipendentemente dall’esito immediato di queste proteste, un fatto è innegabile: ciò che vediamo oggi nelle strade iraniane è reale. Si tratta di una profonda trasformazione sociale che non può più essere ignorata. Chiunque voglia svolgere un ruolo costruttivo nel futuro del paese deve accettare questo cambiamento e rivedere i propri schemi analitici.

Il futuro dell’Iran avrà bisogno di tutte le correnti di pensiero che si definiscono all’interno di un quadro democratico. Nessuna forza politica può, tuttavia, parlare a nome del popolo senza considerare la realtà dei cittadini.

* regista e montatrice iraniana
Bologna – 9 gennaio 2026

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione