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Cadono le accuse nel processo “Cara accoglienza”: assolti il sindaco e funzionari della prefettura

Dopo gli avvisi di garanzia notificati nel 2020, si è concluso il dibattimento davanti al Tribunale di Palmi. Sono stati assolti anche gli altri imputati coinvolti nell'inchiesta
Cadono le accuse nel processo “Cara accoglienza”: assolti il sindaco e funzionari della prefettura
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Truffa ai danni dello Stato, peculato, abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. È caduto tutto alla fine del dibattimento nel processo “Cara accoglienza” che, nel 2020, aveva portato la Procura di Palmi a emettere sei avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta “Cara accoglienza” sulla gestione del centro migranti attivo nell’agriturismo “Villa Cristina” di Varapodio, in provincia di Reggio Calabria, dal settembre 2016 all’aprile 2018. Tra questi c’era pure il sindaco Orlando Fazzolari, allora di Fratelli d’Italia e oggi transitato nel partito Noi moderati che lo ha candidato alle ultime regionali quando, proprio per l’inchiesta “Cara accoglienza”, la Commissione antimafia lo aveva inserito nell’elenco degli “impresentabili”.

Sono stati assolti dalle accuse contestate anche gli altri cinque imputati: due commercianti di abbigliamento, Carlo Cirillo ed Ernesto Cruciani, due ispettori della Prefettura di Reggio Calabria, Pasquale Modafferi e Salvatore Del Giglio, e la titolare della cooperativa sociale “Itaca” Maria Giovanna Ursida. Pure per quest’ultima, secondo i giudici di Palmi, le accuse di truffa, corruzione e falso “non sussistono” mentre il reato di peculato, commesso tra il 2016 e il 2017, dopo essere stato derubricato in appropriazione indebita è stato dichiarato “estinto per intervenuta prescrizione”.

Assoluzione piena, invece, per i due commercianti, accusati di “frode nelle pubbliche forniture”, e per i due funzionari della prefettura di Reggio Calabria che rispondevano solo di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale. Entrambi, infatti, erano stati rinviati a giudizio per avere redatto “falsamente un verbale ispettivo” del 2017 e aver omesso di indicare “la mancata manifestazione di interesse da parte del Comune di Varapodio per altre cooperative oltre la ‘Itaca’ affidataria della convenzione per la gestione dei servizi relativi al terzo settore del medesimo Comune”.

In attesa di leggere le motivazioni, nel dispositivo del Tribunale di Palmi c’è scritto che il “fatto non sussiste” per quanto riguarda le accuse di abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture e corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio contestate al sindaco Orlando Fazzolari, finito al centro dell’inchiesta in quanto il responsabile e referente della convenzione stipulata dal Comune di Varapodio con la Prefettura di Reggio Calabria.

Stando alle indagini condotte dai carabinieri, il centro di accoglienza sarebbe stato caratterizzato da una gestione poco trasparente e corretta, soprattutto in riferimento all’affidamento di servizi e forniture alle imprese, ma anche in relazione all’assunzione dei singoli collaboratori che dovevano occuparsi dei migranti. Il sindaco Fazzolari si è sempre dichiarato innocente quando la Procura lo ha accusato di avere assegnato i servizi a imprese amiche con cui si trovava in conflitto di interessi. Assegnazioni che, per l’accusa, erano avvenute senza alcuna autorizzazione del Consiglio comunale e senza alcun bando pubblico ma solo attraverso affidamenti diretti.

La gestione dei migranti, infatti, secondo gli inquirenti finiva regolarmente in mano a soggetti privati per i quali il sindaco Fazzolari era stato consulente fiscale o intermediario commercialista. Il tutto, stando alla ricostruzione dei carabinieri, dopo aver firmato autodichiarazioni con le quali “attestava falsamente – c’era scritto nel capo di imputazione – di non trovarsi in alcuna situazione di conflitto di interesse, tra cui anche legami professionali o di amicizia e frequentazione, con i titolari delle imprese affidatarie”. Da qui il reato di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale per il quale, a cinque anni e mezzo dalla chiusura delle indagini, Fazzolari è stato assolto. Ma “per particolare tenuità del fatto”.

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