Querele temerarie, Meloni: “L’Italia? Le punisce già”. Ma una legge ad hoc non esiste e i politici non l’hanno mai voluta
Il governo Meloni recepirà la direttiva Ue sulle querele temerarie sui casi transfrontalieri, ma non promuoverà una legge specifica per i casi italiani di SLAPP (le cause strategiche contro la partecipazione pubblica). La presidente del Consiglio, intervenuta nella conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato che l’esecutivo “recepirà la direttiva con le modifiche necessarie, ma che non sono molte. Perché il nostro ordinamento punisce già le querele temerarie”. Perché ha aggiunto: “L’Italia sanziona già l’abuso del processo, così come già disciplina i riti accelerati, la soccombenza virtuale in caso di rinuncia alla domanda o agli atti del giudizio”. Una dichiarazione vera a metà: nel nostro Paese non esiste una normativa ad hoc che si occupi di SLAPP e per questo si fa riferimento a strumenti generali e non specifici per la tutela di fronte alle cause che vanno a colpire giornalisti e attivisti. Sulla necessità di un intervento legislativo si è espressa l’Unione europea con la direttiva sui casi transfrontalieri, approvata in onore della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia. Ma non solo: anche il Consiglio d’Europa, ad aprile 2024, ha diffuso una raccomandazione per chiedere agli Stati di attivarsi contro le querele temerarie. In Italia l’ultima proposta di legge è stata quella di Primo Di Nicola, senatore M5s, calendarizzata a gennaio 2020 e poi depennata. Nessuno ci ha mai più riprovato.
Già a novembre, come raccontato da il Fatto quotidiano, le opposizioni avevano contestato “la delega in bianco” dell’esecutivo nel recepimento della direttiva e il fatto che non fosse stato indicato un perimetro chiaro per una nuova legge. E l’Ordine dei giornalisti aveva definito “deludente” la scelta di non andare oltre. Oggi, in apertura della conferenza stampa, il presidente Carlo Bartoli ha ricordato che per l’osservatorio Ossigeno per l’informazione, “lo scorso anno 93 giornalisti sono stati oggetto di querele temerarie, ossia di iniziative giudiziarie infondate e finalizzate esclusivamente a intimidire e far tacere i giornalisti. L’Italia continua ad essere il Paese con il maggior numero di querele per diffamazione ed esorbitanti richieste di risarcimento danni”. Quindi ha aggiunto: “Oltre l’80% di questi procedimenti viene archiviato o si conclude con una assoluzione. Spesso dopo molti anni. Chi presenta una querela intimidatoria deve essere punito e non con un buffetto. Per questo, riteniamo che il modo con cui è stata recepita la Direttiva europea sulle querele intimidatorie sia un’occasione persa“.
Ma cosa prevede la direttiva Ue? Innanzitutto la legge definisce l’ambito di intervento: si applica alle cause civili con implicazioni su più Stati che vengono intentate contro chi è impegnato su questioni di interesse pubblico. Viene, inoltre, data una definizione di SLAPP (Strategic lawsuit against public participation): azioni legali che “non mirano a far valere un vero diritto ma hanno come scopo quello di limitare, intimidire o punire”. La direttiva, soprattutto, ha il merito di introdurre alcuni meccanismi di tutela: archiviazione rapida dei casi palesemente infondati; rimborso delle spese legali a tutela di chi subisce una SLAPP; sanzioni per il querelante se viene stabilito che la causa è stata abusiva. Secondo i promotori del provvedimento, che hanno lavorato insieme alla Fondazione Daphne Caruana Galizia per arrivare all’approvazione del testo, la speranza è che “si porti dietro un’evoluzione della giurisprudenza”: “Se siamo in un’aula di tribunale in Italia e stiamo dibattendo di un caso che ha una natura transfrontaliera e il giudice gli accorda maggiori garanzie rispetto a un caso che ha solo una natura domestica, è chiaro che si produce una contraddizione”, disse a ilfattoquotidiano.it la ricercatrice Sielke Kelkner.
Per il momento i giornalisti e gli attivisti italiani continueranno a dover attendere. Il presidente dell’Ordine Bartoli, sempre in apertura della conferenza stampa, ha anche ricordato le “minacce subite dai giornalisti in Italia”, a partire dalla bomba sotto l’auto di Sigfrido Ranucci, in “un clima di aggressione verbale e fisica”. “Non a caso”, ha detto, “la Criminalpol nei primi sei mesi del 2025 ha censito 81 casi di aggressioni e minacce a giornalisti, uno ogni due giorni con un aumento di poco inferiore al 100% rispetto al 2024”. Infine, ha chiuso Bartoli, “ci inquieta lo scandalo delle captazioni illegali degli smartphone di diversi giornalisti, tra cui il direttore di Fanpage Francesco Cancellato. Attendiamo ancora che si scopra chi e perché ha fatto spiare i giornalisti in spregio alle leggi italiane ed europee”. Su questo Meloni ha replicato sostenendo di stare aspettando risposte: “La vicenda è una questione oggetto di lungo lavoro del Copasir che, con la relazione del giugno 2025, ha escluso che sia stato usato Grafite, il sistema fornito da Paragon. Due procure ci stanno lavorando e confidiamo in risposte. Per quanto riguarda il governo, per tramite dell’Agenzia di intelligence, sta fornendo tutto il supporto necessario“.
Nel corso della conferenza stampa, inoltre, un gruppo di giornalisti ed esponenti della Federazione nazionale della stampa (Fnsi) ha organizzato un flash mob in difesa della categoria e sollevato uno striscione con la scritta: “Giornalisti da dieci anni senza contratto, ma alla Fieg finanziamenti milionari“. La protesta riguardava il rinnovo del contratto giornalistico, trattativa che va avanti da due anni senza successo. A loro, Meloni ha replicato: “Non mi è chiara la ragione per cui si faccia una mobilitazione. La responsabilità non è del governo. Capisco che questo è un momento di visibilità”.