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“Il blitz sulle petroliere era legittimo, ma ora gli Usa rispettino il diritto marittimo. Altrimenti si torna all’Ottocento”

Giuseppe Cataldi, professore ordinario di Diritto Internazionale all'Università di Napoli L'Orientale, ricostruisce quanto avvenuto con Marinera e Sophia in acque internazionali
“Il blitz sulle petroliere era legittimo, ma ora gli Usa rispettino il diritto marittimo. Altrimenti si torna all’Ottocento”
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Il blitz in sé era possibile, ma la vera partita si apre ora e tutto lascia presagire che gli Stati Uniti non prendano in considerazione di assumere la postura più corretta secondo le leggi del mare. Nel giorno in cui gli Stati Uniti hanno sequestrato due petroliere legate al Venezuela, una delle quali battente bandiera russa, Giuseppe Cataldi, professore ordinario di Diritto Internazionale all’Università di Napoli L’Orientale e presidente dell’Association internationale du droit de la mer, prova a fare chiarezza riguardo all’aderenza dell’operazione militare al diritto internazionale e della navigazione. L’abbordaggio e il fermo in acque internazionali di Marinera e Sophia, accusate di far parte della flotta fantasma e di aver violato il blocco sul greggio venezuelano, sono un nuovo – e probabilmente non l’ultimo – capitolo del nuovo fronte aperto da Donald Trump in Sud America.

Professore, l’operazione degli Stati Uniti è legittima?
È presto e complicato per fornire una risposta univoca e netta. Bisogna partire dalle sanzioni e dalla loro legittimità, trattandosi di azioni unilaterali. In questo caso, poi, vengono da un solo Paese, con gli Usa che parlano di petrolio rubato dal Venezuela alle loro aziende. Senza entrare nel merito dell’operato di Nicolás Maduro e della sua cricca, il diritto di nazionalizzare una materia prima è, questo sì, certamente legittimo.

Il blitz è avvenuto in acque internazionali, questo cosa comporta?
Secondo il diritto, le navi sono sottoposte alla sola giurisdizione dello Stato di bandiera con rare eccezioni, come la tratta di schiavi e la pirateria. Di certo non è contemplato il contrabbando. Attenzione, non è una questione di buoni e cattivi: parliamo di imbarcazioni che navigavano senza bandiera in acque internazionali, spegnendo i transponder o grazie a operazioni molto opache di reflagging, cioè usando bandiere di convenienza. Non si tratta, con ogni evidenza, di navi pulite ma che agiscono anche loro in maniera borderline, se non fuori dal diritto internazionale.

Nonostante questo, la presa in custodia da parte della Marina statunitense resta illegittima?
Il diritto di visita su navi altrui in acque internazionali è una facoltà limitata, disciplinata dalla Convenzione di Montego Bay, che gli Usa, tra le altre cose, non hanno mai ratificato. In ogni caso, diciamo che l’abbordaggio e la presa in custodia sono considerabili legittimi perché, tra mancanza di bandiera e reflagging, non è chiaro a chi appartengano realmente entrambe le navi. Dal momento del fermo, però, il diritto internazionale prevede che chi è entrato in azione indaghi e avvisi lo Stato di riferimento iniziando una cooperazione, che al momento è mancata del tutto. E possiamo immaginare che ciò non avverrà perché gli Usa hanno già fatto capire che intendono considerare “cosa loro” il petrolio venezuelano.

Insomma, la partita vera si apre ora?
Essenzialmente sì. Chi è lo Stato competente? Il mare internazionale è di tutti e ognuno risponde per le proprie navi, tranne casi estremi come la pirateria e la tratta degli schiavi. Gli Usa dovrebbero capire a chi davvero appartengono le due imbarcazioni e come si sono mosse: dovrebbero, in sostanza, intavolare un dialogo con lo Stato che ha realmente la giurisdizione. Tra l’altro gli Stati Uniti, pur non essendo tra tra i 171 Paesi che aderiscono alla Convenzione Onu sul diritto del mare, la Convenzione di Montego Bay di cui parlavo in precedenza, hanno certamente violato il diritto quando negli scorsi mesi hanno preso a bombardare le imbarcazioni sospettate di trasportare droga: si tratta di operazioni del tutto illegali in acque internazionali. La realtà è che stiamo precipitando verso una concezione ottocentesca dei rapporti tra gli Stati, dove vige la legge del più forte.

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