Maduro è caduto, ma il Chavismo è vivo e vegeto. Le voci da Caracas: “Qui la vita è ripresa normalmente. Machado è la vera sconfitta”
Il colpo delle Forze Delta della Cia e la caduta di Maduro hanno inflitto un duro colpo al Chavismo, senza però intaccarne l’essenza. Nel giorno in cui la presidente ad Interim, Delcy Rodríguez, si insedia presso l’Assemblea nazionale, il Paese ritrova la normalità. Certo: i militari sono nelle strade, con posti di blocco a Plaza Altamira e presso la Cota Mil, ma la presenza è ridotta a metà rispetto a sabato. Servizi pubblici, trasporti e attività commerciali ripartono con il ritmo e le abitudini pre-attacco Usa. “C’è calma, una calma tesa. Maduro è andato via, ma il chavismo è rimasto al potere”, spiega il giornalista Manuel Arends a Ilfattoquotidiano.it. “Non ci sono stati festeggiamenti nelle strade”, ha aggiunto Arends smentendo le fake news girate nelle ultime ore. “Gli oppositori hanno paura di dire la loro e la gente non ha capito cos’è successo, anche perché la notizia si è diffusa tardi e con versioni discordanti”. Nel frattempo, alcuni residenti a Caracas ci ricordano che “mercoledì riparte la scuola” e lo spauracchio più grande resta in fondo l’economia: “Il Bolívar non basta. E l’inflazione vola verso il 600%”. Anche Mara Gutiérrez, che vive nella baraccopoli di Petare, la più popolosa di Caracas, a Ilfattoquotidiano.it racconta: “Al di là dello spavento è cambiato ben poco. Qui la crisi ci ha costretto all’autogestione, ci puliamo la strada da soli e cooperiamo tra vicini”.
Nel frattempo Anthony Rincón, attivista locale delle opposizioni, commenta: “Il movimento di Chávez è radicato nel Paese. Ha penetrato le forze armate al punto da garantirsi la fedeltà dei militari anche in mezzo al caos e alle bombe americane. Qui la vera sconfitta è stata María Corina Machado. Millantava una corsia preferenziale con Trump che alla fine l’ha scaricata”. Il motivo: “Transizione o continuità, l’amministrazione Trump non cerca una guerra civile. Ma cerca attori che possano garantire un minimo di tranquillità dopo l’attacco del 3 gennaio. Altrimenti la produzione petrolifera si frena”. Poche ore dopo la caduta di Maduro, Machado era sicura di costituire un nuovo governo. In un comunicato postato su X, la Lady di ferro faceva già la lista della spesa: la presidenza a Edmundo González Urrutia, l’apertura agli investimenti esteri e un giudizio severo contro Maduro imputato per “reati di lesa umanità”. Ma gli Usa hanno preferito far da sé. Fonti delle opposizioni confidano a Ilfatto.it di aver subito pressioni da parte del segretario di Stato Usa Marco Rubio. “Contro ogni pronostico il falco ci dice di tornare subito al lavoro e assecondare l’insediamento di Rodríguez. Agli Usa non conviene allungare i problemi nel cortile di casa, vogliono evitare altra migrazione e crisi economica nella regione”. L’interesse è quello di superare l’impasse in corso, seguendo l’indicazione di “fare presto” data direttamente da Trump.
A tal proposito un consigliere comunale di Lagunillas, Carlosman Leal, commenta: “La gente fuori non sa cosa significherebbe un’escalation interna in Venezuela. Non hanno la più pallida idea”. E aggiunge: “Il regime resta intatto, la politica interna resterà a Rodríguez. E si potrà trovare una sintesi con le aspirazioni petrolifere di Trump”. Ipotesi blasfema per le opposizioni più estreme ma vista di buon occhio dagli imprenditori locali. “Se ci lasciano lavorare in pace l’economia si riprende”, dice uno di loro spiegando che lo Zulia, “regione ricca di petrolio, ha subito più di tutti sanzioni Usa, espropri governativi e altri colpi all’economia”.
Nel frattempo il tycoon rivendica di essere alla guida del Paese. “E allora perché non sono stati ancora rilasciati i nostri cari? Di loro non si parla nemmeno”, replica Vicente, figlio del giornalista italo-venezuelano Biagio Pilieri. Anche la Chiesa locale ha respinto “ogni violenza” esortando la popolazione ad aiutarsi reciprocamente. È un modo anche di sedare la violenza di gruppi paramilitari, dispiegati a Caracas per evitare insurrezioni e ulteriori colpi contro Palazzo di Miraflores. “Non abbiamo paura. Ci siamo preparati per dare la vita nel nome della Revolución. Gli americani non verranno qui a dettare legge”, dice un esponente del Colectivo La Piedrita, radicato nel quartiere 23 de Enero. La loro presenza non si limita soltanto a Caracas, ma si estende nelle aree interne, tra cui le regioni Apure e Bolívar. Pian piano riprende la vita anche ne La Guaira, nel barrio Romulo Gallegos, dove il raid statunitense ha distrutto decine di abitazioni civili. Non c’è una stima ufficiale delle vittime. “È un’esperienza orribile. Non l’avrei augurata al mio peggior nemico”, commenta Angel Alvarez a Reuters. “Siamo vivi per miracolo“.