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Le polemiche sui finanziamenti ad Hamas mostrano scarsa memoria: fu un nemico utile

Hamas non è un’anomalia piovuta dal cielo, ma il prodotto di una lunga catena di decisioni politiche, omissioni e convenienze
Le polemiche sui finanziamenti ad Hamas mostrano scarsa memoria: fu un nemico utile
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Lo scontro e le polemiche sui finanziamenti italiani ad Hamas sono l’ennesima dimostrazione di come la politica di casa nostra viva di fiammate improvvise, spesso originate da notizie tutte da verificare e approfondire, e di uno scarsissimo uso della memoria.

Premesso che l’inchiesta dei magistrati genovesi è solo all’inizio, la sinistra italiana dovrà interrogarsi sull’accoglienza e sui giudizi, talvolta un po’ superficiali, che dà su personaggi borderline e quindi potenzialmente a rischio. Ma la destra che si scaglia contro la sinistra per il suo presunto strizzare l’occhio a elementi vicini all’organizzazione terroristica della Palestina dimentica – o finge di dimenticare – che negli ultimi decenni le principali organizzazioni terroristiche sono nate come creature delle diaboliche (e assurde) strategie dell’intelligence occidentale, in particolare statunitense e israeliana. È la storia di Al Qaeda, dell’Isis e – purtroppo – anche di Hamas.

L’idea che Hamas sia nato esclusivamente come nemico di Israele è una semplificazione comoda, ma storicamente incompleta. La realtà, più complessa e inquietante, affonda le sue radici negli anni Settanta e Ottanta, quando la leadership israeliana compì una scelta strategica destinata a produrre conseguenze devastanti: favorire l’ascesa dell’islamismo palestinese per indebolire il nazionalismo laico dell’OLP.

A raccontarlo, senza ambiguità, fu Yitzhak Rabin. Due mesi prima di essere assassinato, l’allora primo ministro israeliano confidò a un giornalista italiano del Corriere della Sera una verità che definì “allucinante”: Hamas, disse, era stato in qualche modo “inventato” da Israele. Non creato formalmente, ma coltivato, tollerato, lasciato crescere perché utile a contrastare Yasser Arafat, leader di un’OLP laica, politicamente strutturata e sempre più accreditata in Occidente.

Quella confessione non rimase isolata. Il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re di Giordania Hussein confermarono privatamente lo stesso retroscena: Israele vedeva nel fondamentalismo religioso un avversario meno pericoloso del nazionalismo palestinese, capace invece di parlare con l’Europa, le Nazioni Unite e parte dell’opinione pubblica israeliana.

I fatti storici corroborano queste parole. Nella Striscia di Gaza, alla fine degli anni Settanta, operava lo sceicco Ahmed Yassin, guida carismatica della Fratellanza Musulmana palestinese. La sua organizzazione, al-Mujamma al-Islami, si occupava di moschee, scuole e assistenza sociale. Nel 1979 Israele ne autorizzò ufficialmente l’esistenza legale. Una decisione firmata dal ministro della Difesa Ezer Weizman, motivata da un calcolo politico preciso: meglio una rete religiosa, caritatevole e frammentata che un movimento laico e unitario come l’OLP.

Mentre Arafat e il suo apparato subivano arresti, chiusure di sedi e repressione politica, le strutture islamiche ottenevano permessi edilizi, fondi indiretti, margini di manovra. Israele non solo tollerò questa crescita, ma la considerò funzionale a una strategia classica: dividere il fronte palestinese dall’interno.

Quando nel 1987 esplose la Prima Intifada, quella rete religiosa si trasformò ufficialmente in Hamas. Con la nascita del Movimento di Resistenza Islamica, la lotta palestinese cessò di essere prevalentemente politica e nazionale e assunse una dimensione religiosa, radicale, identitaria. Era il punto di non ritorno. Negli anni successivi, diplomatici statunitensi, giornalisti investigativi e persino ex funzionari israeliani confermarono quella “tolleranza attiva”. Dennis Ross parlò apertamente di incoraggiamento israeliano alla nascita di Hamas. Lo storico israeliano Avner Cohen, ex membro dell’intelligence, ammise che Hamas fu lasciata crescere nell’illusione di poterla controllare. Una scommessa persa.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Hamas si è radicalizzato, ha preso le armi, ha conquistato Gaza, è diventato il principale nemico dichiarato di Israele e il volto del terrorismo palestinese per l’Occidente. Ma dietro quel volto resta l’ombra di una scelta originaria: usare un nemico per indebolirne un altro.

La storia raramente perdona questi calcoli. Ciò che nasce come strumento tattico finisce spesso per diventare una minaccia strategica. Hamas non è un’anomalia piovuta dal cielo, ma il prodotto di una lunga catena di decisioni politiche, omissioni e convenienze. Ignorarlo significa continuare a raccontare un conflitto senza le sue cause più scomode.

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