“Nelle carceri di Israele anni di torture. Oggi non possiamo nemmeno lavorare”: le voci dei palestinesi nel campo profughi di Aida
“La grande chiave saldata sulla porta indica il diritto al ritorno che finora ci è stato negato”, racconta A. (il nome non viene rivelato per motivi di sicurezza). Entrando ad Aida si notano subito i solchi dei proiettili che hanno inciso la violenza israeliana su tutti i palazzi del campo profughi. Camminando per la via principale, a ogni angolo si incontrano murales raffiguranti i bambini uccisi dai cecchini. Alcuni appena adolescenti, come Mohammed, colpito quando aveva 16 anni e lasciato dissanguare all’entrata del campo dopo che l’esercito israeliano ha impedito al padre di portarlo in ospedale. La geografia di Aida è una mappa del dolore inflitto quotidianamente alla sua popolazione in stile street art, perché i murales servono a non dimenticare. Il campo è un baluardo della lotta all’occupazione, un esempio dell’apartheid che costringe a una vita profondamente diversa un palestinese originario di Betlemme e un palestinese originario di Aida, nati a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Contornato dal muro che separa Betlemme da Gerusalemme, la Cisgiordania da Israele, il campo si estende per circa sette ettari ed è abitato da oltre 5mila persone: uno dei luoghi a più alta densità di popolazione al mondo. Ospita i profughi palestinesi del ’48, doveva essere una sistemazione temporanea. Nel tempo le tende sono diventate piccole costruzioni in pietra, poi case più grandi per ospitare famiglie allargate, infine edifici su più piani.
Molte delle torri di controllo che intervallano il muro sono bruciate, i palestinesi le incendiano per impedire ai cecchini di appostarsi e sparare dall’alto a chi attraversa le strade sottostanti, come successe alla figlia disabile di K., colpita a una gamba quando aveva 8 anni. Le incursioni dell’esercito sono quasi quotidiane, la detenzione amministrativa è la prassi, la maggior parte delle volte senza accuse. Quasi ogni abitante di Aida camp è stato in carcere, ha almeno un membro della famiglia che è stato arrestato o conosce qualcuno che è stato detenuto. A. è uscito due mesi fa dalla prigione di Ofer, nella periferia di Ramallah, dopo aver scontato due anni senza mai subire un processo né ricevere una notifica d’accusa. Ha potuto vedere il suo avvocato solo una volta attraverso un vetro, dopo aver subito minacce dai militari che gli hanno intimato di non raccontargli cosa gli fosse successo. “Subivo torture quotidianamente e quando non mi torturavano venivano per insultare e umiliare me e la mia famiglia – racconta – Mi colpivano con vari oggetti sui testicoli, dicevano che era per non farmi fare più figli. Spesso usavano i cani, li sguinzagliavano dentro la cella per stuprarmi. Alcune cose le facevano solo per addestrare i nuovi cadetti e non si vergognavano a dirmelo”.
Quando lo torturavano usavano proiettili di gomma e sostanze urticanti, alla fine gli davano una pasticca per il mal di testa “se erano di buon umore”. Non è la prima volta che finisce in prigione, in passato è stato anche nel temutissimo carcere di Naqab, nel deserto, noto per le condizioni inumane della detenzione. Mentre era dentro, sua moglie ha partorito, ha conosciuto sua figlia che già camminava, “abbracciarla è stata una sensazione stranissima”. Le immagini del giorno della sua liberazione mostrano un uomo che pesa la metà di quanto dovrebbe: “Mi davano una ciotola di riso e un pezzo di pane al giorno, un’ora sola avevo a disposizione acqua da bere e per farmi la doccia”. Nelle prime settimane, quando è stato liberato, riusciva a “ingerire solo zuppe e liquidi, il mio stomaco non era più abituato a quantità di cibo normali”. Mentre racconta, sta facendo dei lavori di carpenteria: “Sono tornato alla mia vita, ma non passa un giorno in cui non vengo perseguitato dalla paura di tornare dentro“.
M. è stato in carcere 16 anni, i primi 10 per scontare una condanna legata alla resistenza durante la Seconda Intifada palestinese, quando l’esercito entrò nel campo con una massiva operazione militare e gli abitanti risposero rivoltandosi e combattendo. Una volta scontata la pena, però, non è stato liberato, ha passato altri sei anni in prigione senza sapere il perché. “La detenzione prima del 7 ottobre era diversa, i miei sedici anni non sono stati duri quanto lo sono due mesi passati in prigione oggi”. Lo zio di H. è stato rinchiuso 30 anni, poi liberato con lo scambio dei prigionieri concordato durante l’ultima tregua. Suo fratello, invece, ha scontato due anni ed è uscito due mesi fa. Racconta della sua famiglia frammentata mentre mangia dei falafel, i più buoni della Palestina si trovano proprio qui, ad Aida, dice. Lavorare, per chi abita nel campo, è sempre più difficile, dopo il 7 ottobre i 200mila palestinesi che attraversavano il muro per trovare occupazione in Israele sono senza lavoro. Spesso gli abitanti di Aida sono costretti a ripiegare sul turismo, nonostante ormai sia ai minimi storici e non basti per arrivare a fine mese. H. organizza tour del dolore in cui porta i visitatori ad assistere alla sofferenza con l’intento di postarla sui social. Va bene così, sumud è anche questo.