Palermo, 5 gen. (Adnkronos) - "Ogni atto di violenza su un minore produce effetti profondi e duraturi sullo sviluppo. Per questo la protezione dell’infanzia non è un fatto privato, ma un indicatore fondamentale della tenuta civile e democratica di una società". Enza Zarcone, presidente dell'Ordine degli psicologi della Regione siciliana, interviene dopo il caso del bimbo di 10 anni di Catania picchiato con un mestolo di legno dal patrigno. Una violenza brutale immortalata in un video postato sui social e diventato presto virale, in cui si sente il piccolo, seduto su un divano, piangere e supplicare l'uomo di fermarsi e quest'ultimo continuare a insultarlo, schiaffeggiarlo e colpirlo. "Su singoli episodi di questo tipo è doveroso mantenere prudenza - precisa Zarcone all'Adnkronos -: la ricostruzione dei fatti e ogni valutazione specifica competono esclusivamente all’autorità giudiziaria e agli eventuali periti. Ogni commento che entri nel merito del caso, sulla base di informazioni parziali, rischia semplificazioni improprie".
Il caso del piccolo del quartiere San Cristoforo, però, non va 'archiviato' come episodio privato. "La violenza contro i minori non può essere letta come il gesto isolato di un singolo individuo - puntualizza Zarcone -. È un fenomeno complesso, che affonda le radici in fattori culturali, sociali e relazionali: modelli educativi improntati al dominio, una visione proprietaria della genitorialità, fragilità familiari, isolamento, povertà educativa e carenza di reti di supporto". Per la presidente degli psicologi siciliani, inoltre, il fatto che tali violenze avvengano nello spazio domestico, che dovrebbe essere "il primo luogo di protezione per un bambino", chiama in causa una "responsabilità collettiva". "La tutela dell’infanzia non può essere affidata solo all’intervento repressivo o all’emergenza, ma richiede politiche di prevenzione, servizi territoriali adeguati, sostegno alle famiglie e una cultura diffusa dei diritti dei bambini". Proprio su questo aspetto, secondo Zarcone, "c’è ancora molto che le Istituzioni possono e devono fare".
Servirebbe, innanzitutto, un rafforzamento delle politiche di 'prevenzione primaria'. "Bisognerebbe investire su servizi educativi, sociali e psicologici accessibili e diffusi nei territori, capaci di intercettare precocemente le situazioni di vulnerabilità familiare, isolamento, stress genitoriale, povertà educativa e relazionale". Perché, sottolinea la presidente dell'Ordine degli psicologi di Sicilia, "la prevenzione funziona quando arriva prima della crisi, non quando la violenza è già esplosa". Asse "centrale" resta poi l’educazione affettiva, relazionale e sessuale, "da avviare sin dalla prima infanzia e accompagnare lungo tutto il percorso scolastico, con approcci seri, scientificamente fondati e adeguati all’età. Non si tratta di anticipare contenuti - puntualizza Zarcone -, ma di educare al rispetto dei confini, all’ascolto delle emozioni, alla gestione della rabbia, alla distinzione tra cura e dominio, al rispetto del corpo e della dignità dell’altro. È qui che si gioca una parte decisiva della prevenzione, perché si interviene prima che attecchiscano modelli educativi violenti, possessivi o autoritari".
Ancora, il coinvolgimento delle famiglie. "Non in una logica di colpevolizzazione, ma di accompagnamento e corresponsabilità", spiega Zarcone e sotto questo profilo la scuola "può e deve diventare uno spazio di alleanza educativa, in cui genitori, insegnanti, servizi e professionisti della salute mentale possano confrontarsi e sostenere insieme le funzioni genitoriali, anche sul piano emotivo". Infine, serve "un lavoro più integrato" tra scuola, sanità, servizi sociali, giustizia e terzo settore. "La frammentazione indebolisce la prevenzione, una rete solida e competente, invece, consente di cogliere per tempo i segnali di rischio e di intervenire in modo proporzionato, evitando che il disagio evolva in violenza". Ecco perché, conclude la presidente degli psicologi di Sicilia "destano preoccupazione impostazioni normative, come il ddl Valditara, che tendono a limitare o ostacolare l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole: restringere questi spazi significa indebolire uno degli strumenti più efficaci di prevenzione primaria. La protezione dei minori - conclude - richiede una visione lunga, scelte politiche coerenti e il coraggio di investire nella prevenzione, non solo nell’emergenza". (di Rossana Locastro)