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“Rette Alzheimer”, le Rsa tornano alla carica: in Conferenza delle Regioni proposta di legge contro il diritto dei malati gravissimi a non pagare

Le strutture puntano a fermare le azioni giudiziarie dei malati per una copertura totale della spesa da parte del Servizio sanitario nazionale. Il motivo? Molte realtà, avvertono, potrebbero smettere di assistere i pazienti. L'ipotesi di un obbligo di assicurazione per la lungodegenza
“Rette Alzheimer”, le Rsa tornano alla carica: in Conferenza delle Regioni proposta di legge contro il diritto dei malati gravissimi a non pagare
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I cento milioni di euro l’anno per l’Alzheimer stanziati in Finanziaria non bastano per le Rsa lombarde. E così le strutture tornano alla carica sulla questione delle rette degli anziani non autosufficienti gravissimi. A sostenerle il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza, già promotore della discussa riforma sull’assistenza agli anziani. Insieme hanno bussato alla porta della Conferenza delle regioni con una nuova proposta emendativa della normativa di settore, puntando a fermare le azioni giudiziarie dei malati che rientrano nella casistica eccezionale di chi avrebbe diritto a una copertura totale della spesa da parte del Servizio sanitario regionale. Così le strutture cercano la sponda di chi dovrebbe pagare il conto, che è anche il soggetto che vigila sulla tutela del malato, rilascia gli accreditamenti, stabilisce le tariffe e chiude pure un occhio davanti alla ben più ampia casistica ordinaria dei pazienti che vedono sistematicamente calpestato il proprio diritto di pagare solo metà retta della Rsa. Il tutto in nome della tenuta di un sistema che dovrebbe essere al servizio delle famiglie.

La rete dei gestori di Rsa è fatta di molti enti no profit, ma anche di grossi gruppi del profit tra i quali il campione italiano Anni Azzurri che i figli di Carlo De Benedetti hanno ribattezzato Kos, come l’isola greca del padre della medicina. La questione è sempre più spinosa e l’aria, soprattutto in Lombardia, è molto tesa sull’argomento. Non a caso è stato proprio l’ente governato da Attilio Fontana, con Guido Bertolaso al Welfare, ad aver appoggiato, nei giorni scorsi, l’approdo della proposta del Patto sul tavolo della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni.

IL CASO ESPLOSIVO DELLE RETTE ALZHEIMER – Ma di cosa parliamo esattamente? Del caso delle cosiddette “rette Alzheimer” delle Rsa, che tiene banco da mesi, seminando caos e luoghi comuni. Ma anche tentativi quasi pirateschi di attività legislativa infilata alla chetichella in disegni di legge che riguardano altro. La spinosa questione riguarda i più gravi di tutti gli over 65enni malati cronici lungodegenti che sono ricoverati nelle residenze sanitarie assistenziali. Quelli per i quali, indipendentemente dalla patologia, le cure sanitarie sono strettamente connesse a quelle socio-assistenziali, tanto da essere indistinguibili. Parliamo di servizi come la nutrizione del paziente con il sondino, la mobilizzazione di malati neurologicamente compromessi o l’igiene di persone allettate con piaghe. In questi casi come si fa a capire dove finisce il sanitario e inizia il socio-assistenziale? Il costo del ricovero dipende dalla risposta, visto che il sanitario è in capo alle Regioni e il sociale alle famiglie e ai Comuni. Così i livelli essenziali di assistenza nella non autosufficienza prevedono delle spartizioni forfettarie dei costi, non una separazione tra socio e sanitario voce per voce. E per tutti gli anziani lungodegenti non autosufficienti la retta viene per legge divisa a metà tra il Servizio sanitario e il paziente (o il Comune, quando il malato non ce la fa). In alcuni casi specifici, nei quali la gravità è tale che tutte le prestazioni svolte sono nella sostanza sanitarie, la quota a carico del paziente si azzera. Succede però che in molte Regioni, a partire dalla Lombardia, non venga rispettata neanche la soglia di compartecipazione al 50% e le famiglie si trovino a pagare più della metà della retta che sarebbe dovuta o addirittura la retta intera. Figuriamoci quello che succede nei casi in cui non sarebbe dovuto niente.

IN TRIBUNALE ANCHE REGIONI CONTRO COMUNI E NON SOLO ALZHEIMER – È da questa situazione, resa ancora più complicata dagli anni del Covid, dai blocchi delle tariffe operati dalle Regioni e dall’inflazione galoppante che ha messo ko le famiglie, che sono nati i contenziosi più disparati: Rsa contro i pazienti, ma anche Ats contro Asl e Asl e Ats contro i Comuni. Botte da orbi, insomma, con attori che fanno parte del sistema che si sono trovati schierati uno contro l’altro e verdetti che sono spesso andati a favore dei pazienti e delle loro famiglie. Molti i casi di Alzheimer, malattia che in alcune situazioni molto specifiche secondo i giudici della Cassazione dà titolo alla copertura totale delle spese della struttura di lungodegenza da parte dello Stato. Ma nelle numerose sentenze, che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare, ci sono anche diversi casi di disabili psichiatrici e altre tipologie di malati, tra i quali perfino pazienti in coma. La cosa ha creato grande allarme tra i gestori delle Rsa, soprattutto quelli lombardi che operano per conto della Regione con piena delega e, anche qualora volessero farlo, faticano a rivalersi sull’ente pubblico. Per dare un’idea delle grandezze in campo, secondo una recente indagine a campione di Uneba Lombardia e dell’Osservatorio settoriale sulle Rsa della Business school della Libera università di Castellanza, che è comunque sostenuto dai gestori e dalle loro associazioni, in Lombardia una struttura su tre ha a che fare con famiglie che sospendono i pagamenti o chiedono il rimborso delle quote. In termini di posti letto si tratta di un 1% circa del campione di utenza. Dal punto di vista economico le cause passate in giudicato negli ultimi due anni hanno valori che vanno dalle poche migliaia di euro l’una a punte di quasi centomila euro ciascuna. Nel solo 2024 Kos Care, la società del gruppo Kos che contiene anche, ma non solo, la divisione Rsa e Rsd dei De Bendetti, ha svalutato a bilancio 4,688 milioni di euro di crediti verso clienti, cioè soldi che non verranno incassati. Di questi, non si sa quanti si riferiscano a rette non pagate dalle famiglie: la società, che sempre a fine 2024 aveva in pancia circa 7 milioni di crediti verso la clientela privata, interpellata in merito non ha ritenuto opportuno chiarire il dato .

LA NUOVA PROPOSTA DI MODIFICA DELLA LEGGE – In questo contesto in Senato, la scorsa primavera, per mano della leghista lombarda Maria Cristina Cantù, era partita un’iniziativa per rendere separabili le spese per le prestazioni sanitarie da quelle socio-assistenziali anche quando sono inscindibili. A fermarla è stata la commissione Bilancio, ma le imprese del settore non hanno gettato la spugna e sono tornate a fare pressione sulle Regioni perché promuovano un’iniziativa legislativa che cambi le cose. Da qui la proposta del Patto, lo stesso che ha promosso la riforma dell’assistenza agli anziani e che riunisce praticamente tutte le associazioni di gestori di Rsa e ospedali oltre a quelle dei datori di lavoro ospedaliero e assistenziale, professionisti del settore, i sindacati dei pensionati, il forum tra le compagnie assicurative e i consumatori e alcune associazioni intitolate alle grandi patologie degli anziani. Secondo quanto si apprende il documento di 11 pagine datato 24 novembre 2025 e intitolato Le rette in strutture residenziali per anziani. Cancellare le ingiustizie di oggi – Costruire un sistema equo per domani, è stato visionato in Commissione nei giorni scorsi e in futuro ne sarà approfondita la percorribilità da un punto di vista legislativo. Tra gli autori c’è anche Antonio Monteleone, storico consulente per le relazioni istituzionali del gruppo Kos e, in quanto tale, rappresentante lombardo di Agespi e di Confcommercio Sanità e Salute, associazioni di gestori entrambe aderenti al Patto per un nuovo welfare sulla non auto sufficienza.

Il documento, che parla di rette delle Rsa da 1.500-2.000 euro al mese, quando la spesa a prezzo pieno si aggira sui 3.000-4.000 euro al mese oltre agli extra, punta il dito contro le sentenze della Cassazione e, in particolare, contro quelle che hanno avallato la gratuità per alcuni pazienti Alzheimer. A furia di dare ragione ai pazienti, è il ragionamento che suona quasi minaccioso, molte strutture potrebbero smettere di assistere i malati di Alzheimer. E poi, prosegue il testo, se si azzerano le rette per gli Alzheimer si crea una discriminazione con gli altri malati. Gli autori, tuttavia, trascurano il fatto che la legge applicata per i pazienti Alzheimer riguarda il quadro sanitario e la tipologia di prestazioni che servono al malato per “assicurare all’interessato la doverosa tutela del diritto alla salute, in uno con la tutela della sua dignità personale“, come si legge in diverse sentenze che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare. E il criterio che viene applicato a tutte le patologie. Ma il documento del Patto ha una risposta per tutto. Se infatti si azzerassero le rette per tutti (sottinteso quelli che ne hanno diritto), secondo il testo si creerebbe un’ingiustizia non tra malattie, bensì tra ricchi e poveri. “Significherebbe impiegare risorse pubbliche per finanziare la gratuità ai benestanti”, si legge nel documento che dimentica il diritto universale alla salute. La proposta è quindi di intervenire “con urgenza” sulle norme di legge modificando il decreto del 2017 sui Livelli essenziali di assistenza, per stabilire che i pazienti con demenza hanno diritto a non più del 50% di rimborso della retta della Rsa da parte del Ssn. Questo emendamento viene ritenuto “in grado di risolvere definitivamente il problema” delle strutture e delle Asl alle prese con le rivendicazioni dei malati e delle loro famiglie. Ma c’è di più, il Patto intende presentare anche “una proposta complessiva di revisione della normativa sulla compartecipazione alla spesa nei servizi residenziali, semi-residenziali e domiciliari rivolti agli anziani non autosufficienti”, con il dichiarato obiettivo di “affrontare la decisiva questione di come suddividere i costi della non autosufficienza tra attore pubblico, individui e famiglie”. E così si propone un emendamento alla riforma sull’assistenza agli anziani, la legge 33 del 2023 che viaggia da tempo su un binario morto, perché il governo affronti il tema per decreto entro giugno 2026.

“ISTITUIRE UN’ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA” – Monteleone ha parlato della proposta in un recente convegno dell’Osservatorio sulle Rsa della Libera Università di Castellanza, un centro di ricerca che associa diverse Rsa a partire da Kos e il cui direttivo conta rappresentanti dell’ATS Insubria, dell’ATS Milano Città Metropolitana, dell’ATS Brianza e dell’ATS Pavia. Nel suo intervento, il dottore ha ammesso che secondo il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, “la copertura integrale della retta da parte del Ssn scatta solo quando le prestazioni sociali sono in ‘nesso di strumentalità necessaria’ con quelle sanitarie, ovvero sono inscindibili. ‘Tuttavia’, ha precisato il sottosegretario, ‘la giurisprudenza ha chiarito che va esclusa la sussistenza di qualsivoglia automatismo’. La valutazione, quindi, deve essere fatta caso per caso”. Non solo. Secondo Monteleone “non solo la demenza, ma l’intero problema della non autosufficienza va affrontato con un approccio di sanità pubblica. Sono, infatti, gli anziani cronici e polipatologici a costituire la principale utenza del sistema per la salute: quest’affermazione non è solo una percezione, ma è un fenomeno strutturale e misurabile, che definisce ormai l’identità stessa del Servizio Sanitario Nazionale”. Fin qui la teoria, secondo la quale, inoltre, tentare un’azione legale collettiva di recupero crediti verso le famiglie e il pubblico presenta “limitate probabilità di successo, in quanto le situazioni concrete risultano spesso differenziate e difficilmente riconducibili a fattispecie omogenee tali da giustificare un’azione comune”.

Poi però c’è la pratica. Tra le proposte operative nell’intervento del dottore si parla di una assicurazione obbligatoria per la copertura base della Long Term Care. “Non è solo una scelta di politica sociale lungimirante, ma un imperativo morale ed economico per l’intera collettività. L’assistenza a lungo termine è un costo ingente che, nella maggior parte dei casi, ricade interamente sulla famiglia, diventando una delle principali cause di impoverimento e disgregazione sociale. L’obbligatorietà di una copertura di base realizzerebbe i principi di equità e solidarietà”, sostiene Monteleone. Il quale dimentica che, al netto della valutazione poco universalistica della proposta, una polizza come quella che suggerisce funziona come un piano di accumulo e non sarebbe conveniente per chi ha compiuto più di 50 anni, dato che difficilmente ne potrebbe trarre beneficio in tempo utile.

LE ASSOCIAZIONI: “DEFORMAZIONE DELLA REALTÀ. INIZIAMO A RISPETTARE I DIRITTI DEI MALATI” – Lapidario, poi, il giudizio sulla proposta del Patto che arriva dalle associazioni che tutelano i diritti dei malati riunite nel Csa- Coordinamento sanità e assistenza tra associazioni che difendono i malati cronici non autosufficienti. “Dopo il clamoroso flop della “sua” legge sulla non autosufficienza (la 33 del 2023), scritta per “staccare” i malati cronici non autosufficienti dalle tutele del Servizio sanitario, il Patto per un nuovo welfare per la non autosufficienza racconta una realtà deformata sulle cosiddette rette Alzheimer, coperte al 100% dal SSN”, commenta a ilfattoquotidiano.it Andrea Ciattaglia. “A fronte di sentenze passate in giudicato, fondate sui Livelli essenziali e su normative in vigore da più di 25 anni, il Patto parla di ‘vuoto normativo’ e di necessità di chiarire la legislazione vigente. Non è così: le prestazioni ‘sociosanitarie ad elevata integrazione sanitaria’, come sono definite dalle norme, non riguardano solo i malati di Alzheimer e prevedono che il SSN copra per intero le spese di cura”. Secondo Ciattaglia, poi, “gli allarmi per la ‘tenuta del sistema’ a fronte dell’aumento della spesa non tengono conto che per i gestori dei servizi non cambierebbe nulla: la retta sarebbe pagata dalla Sanità e non dall’utente, a saldi invariati per il gestore. Poiché sono inseriti nei Lea, i ricoveri coperti al 100% dalla sanità sono spese prioritarie del Servizio pubblico, come a più riprese confermato dalla Corte costituzionale”. Non solo. “I coordinatori del Patto ignorano, invece, il vero allarme del settore socio-sanitario che è la mancata copertura da parte dell’SSN (Asl, Ats, Ulss…) delle quote sanitarie a copertura del 50% della retta Rsa. In Lombardia crescono i ricoveri ‘in solvenza’, pagati interamente dai malati e dalle loro famiglie. In alcuni territori siamo alla vera e propria emergenza di sistema: SDA Bocconi ha certificato che in Piemonte il 60% dei ricoverati nei 33mila posti Rsa pagano per intero la retta, senza riconoscimento della quota sanitaria che hanno chiesto e che è un loro diritto esigibile: sono a tutti gli effetti ‘clienti’ e non ‘utenti’”.

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