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Manovra, nuovo scontro sul taglio Irpef. Schlein: “L’85% del vantaggio ai più ricchi, lo dice Istat”. Giorgetti: “Falso”

La leader Pd ricorda i calcoli presentati in audizione parlamentare dall'istituto di statistica. Il ministro dell'Economia dà la sua versione: "Sforzo concentrato sui redditi bassi"
Manovra, nuovo scontro sul taglio Irpef. Schlein: “L’85% del vantaggio ai più ricchi, lo dice Istat”. Giorgetti: “Falso”
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Nel giorno dell’approvazione finale della legge di Bilancio alla Camera si riaccendono le polemiche scoppiate a novembre, quando l’Istat, in audizione parlamentare, aveva certificato l’effetto redistributivo del taglio della seconda aliquota Irpef. I calcoli dell’istituto di statistica avevano mostrato l’85% dei 2,9 miliardi stanziati dalla manovra 2026 finirà alle famiglie appartenenti ai due quinti più alti della distribuzione del reddito. Cifre che oggi la segretaria del Pd Elly Schlein ha ricordato in ala, dicendo che il provvedimento “aiuta di più i più ricchi, lo dice anche l’Istat”. A risponderle il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che definisce “assolutamente falsa” la sua affermazione.

“Mettete 30 euro in più all’anno nelle tasche di chi ne prende 30.000, bene, ma ne mettete 440 in più all’anno nelle tasche di chi ne guadagna 199.000. Questo vuol dire aiutare i più ricchi”, ha argomentato Schlein. “Aiutare di più i più ricchi vuol dire tagliare alla sanità pubblica come state facendo non mettendo risorse sufficienti a garantire nemmeno i servizi dell’anno scorso. Aiutare di più i più ricchi significa tagliare, come fate, alla scuola pubblica e all’università pubblica, mentre aprite delle autostrade al privato. Aiutare di più i più ricchi significa tagliare 100 milioni all’assegno di inclusione, perché state tagliando anche sui poveri, perché per voi la povertà rimane una colpa individuale, per noi invece è un grave problema sociale. E la manovra taglia pure sui trasporti“.

Di segno contrario la replica di Giorgetti, che respinge la definizione di manovra “per ricchi”. Al termine del voto finale alla Camera, il titolare del Mef ha invitato a guardare ai dati degli organismi indipendenti: “Basta leggere i documenti dell’Ufficio parlamentare del bilancio, della Banca Centrale Europea e di tutte questi istituzioni che notoriamente non sono amicissime del governo, che dicono che lo sforzo che abbiamo fatto è uno sforzo che si concentra sui redditi medio bassi, soprattutto sui lavoratori dipendenti con redditi medio bassi, tale che ha permesso di recuperare ampiamente il cosiddetto fiscal drag“. Ma la più ampia questione del recupero del drenaggio fiscale non cancella il fatto che i maggiori benefici della manovra 2026 andranno a una platea costituita dalla fascia più alta del ceto medio fino ai redditi più elevati, da 200mila euro annui e più, visto che il taglio delle detrazioni secondo l’Upb è del tutto insufficiente per “sterilizzare” davvero il vantaggio della riduzione Irpef.

Il ministro ha anche rivendicato: “Di fatto abbiamo detassato gli aumenti contrattuali, oltre ad aver chiuso tutti i contratti pubblici da anni fermi: questo significa aumenti concreti dei salari e degli stipendi dei lavoratori dipendenti. Una cosa che ci chiedevano sia i sindacati che i datori di lavoro. L’abbiamo fatta, mi dispiace che se ne parli pochissimo. Tassare al 5% gli aumenti contrattuali e all’1% i salari di produttività credo che sia un segnale importantissimo”.

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