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Il giudice libera la nave di Mediterranea, il governo ne ferma un’altra. Chi sta vincendo la guerra alle ong?

Per l'ennesima volta un tribunale sospende i fermi imposti col decreto Piantedosi. Che però dal 2023 è riuscito a tenere le navi umanitarie a terra per oltre 800 giorni
Il giudice libera la nave di Mediterranea, il governo ne ferma un’altra. Chi sta vincendo la guerra alle ong?
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Chi sta vincendo la guerra che il governo Meloni, e in particolare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha dichiarato al soccorso civile in mare? Risultati, conseguenze? Domandarselo è d’obbligo visti i 36 fermi amministrativi imposti alle navi umanitarie da inizio 2023, quando il decreto Piantedosi aprì la strada ai blocchi motivati da un salvataggio di troppo, dalla disobbedienza alla guardia costiera libica o dallo sbarco delle persone soccorse in un porto diverso da quello assegnato. Come nel caso della ong Mediterranea Saving Humans, la cui nave è rimasta bloccata dal 6 novembre per non aver diretto verso Livorno. Al contrario, Nave Mediterranea aveva portato le 92 persone soccorso, di cui 31 minori non accompagnati, a Porto Empedocle, in Sicilia. Da qui i previsti 60 giorni di detenzione amministrativa e la sanzione di 10 mila euro, “nonostante il Medico di bordo e lo stesso CIRM Telemedicina abbiano certificato che tutte le persone soccorse non erano in grado di affrontare altri giorni di navigazione” e il Tribunale dei Minorenni di Palermo avesse chiesto al governo “di far sbarcare i minori a Porto Empedocle”, aveva denunciato la ong. Il 12 dicembre il fermo viene sospeso dal Tribunale di Agrigento. “Decreto Piantedosi illegittimo”, commenta la ong. “C’è una strategia illegale del governo che mira a confiscare la nostra nave di soccorso. Ma ancora una volta viene sconfitta davanti a un giudice”. Sconfitta?

Fuori una, dentro l’altra – “La nave di soccorso Humanity 1 è stata sequestrata dalle autorità italiane per essersi rifiutata di comunicare con il centro di coordinamento dei soccorsi libici”, ha appena comunicato Justice Fleet, la coalizione di 13 ong nata il 5 novembre 2025 per opporsi alla collaborazione con il centro di coordinamento di Tripoli imposta dal decreto Piantedosi. A un mese dall’iniziativa, la risposta del governo è un altro sequestro. Nonostante “tre volte, nelle ultime settimane, le milizie della cosiddetta guardia costiera libica hanno sparato contro le navi di soccorso”, ricorda la coalizione. In base al decreto, le navi sono costrette a comunicare le loro posizioni operative alle milizie. “Non ci faremo costringere a rivelare le nostre posizioni operative a milizie armate finanziate dall’Ue che sparano contro persone in cerca di protezione e contro i nostri team di soccorso”, ribadisce oggi Justice Fleet. Poche ore più tardi, mentre scriviamo, la ong Sea-Watch fa sapere che la nave Sea-Watch 5 “ha salvato 34 persone, tra cui 10 minori. Altri e altre avrebbero bisogno di assistenza e soccorso ma il Governo italiano ha deciso di impedirci di salvare vite assegnandoci il porto di La Spezia, lontano dalla zona di soccorso. Chiediamo un porto più vicino”.

Chi sta vincendo la guerra alle ong? – Dal varo del decreto Piantedosi i fermi sono a quota 36 – il conto è del direttore del DataLab dell’Ispi, Matteo Villa –, e corrispondono a oltre 800 giorni, per una media di 24 a nave. Giorni in cui il soccorso civile non è dove vorrebbe essere. Questioni finite anche davanti alla Corte costituzionale, che pur rinviando le singole decisioni ai giudici di merito, è stata coerente con le precedenti pronunce dalla Cassazione sui rientri in Libia. Coi quali nessuno è tenuto a collaborare, né può essere sanzionato per non averlo fatto. Nelle parole della Consulta, “non è vincolante un ordine che conduca a violare il primario ordine di salvataggio della vita umana e che sia idoneo a metterla a repentaglio e non ne può essere sanzionata l’inosservanza”. Senza dimenticare che la Libia non può offrire alcun “luogo di sbarco sicuro”, elemento essenziale per completare un’operazione di soccorso. La risposta del governo alla Corte costituzionale è nell’ennesimo fermo: chissenefrega. Poco importa se il provvedimento verrà sospeso o annullato, come nei 12 casi in cui un giudice è intervenuto. Non perché siano stati raggiungi chissà quali risultati: le ong hanno infatti soccorso solo l’11% dei migranti sbarcati nel 2025, e già nel 2022 si trattava appena del 15% e il decreto Piantedosi ancora non c’era. Ciò che importa è la comunicazione politica, che il messaggio della guerra alle ong sia passato. Ed è passato.

Chi sta perdendo la guerra alle ong? – C’è poi la pratica, altrettanto efficace grazie a Piantedosi, di assegnare porti lontani. Nel caso di Mediterranea, quello di Livorno significava quattro giorni di navigazione in più. SOS Humanity ha calcolato 760 giorni di navigazione extra per raggiungere i porti assegnati dal governo. A conti fatti, le vittorie in tribunale non equivalgono certo a vincere la guerra. Che invece fa proseliti, almeno a sentire Piantedosi. Dopo il Consiglio Ue dell’8 dicembre, il ministro ha fatto sapere che con la Germania “abbiamo condiviso un nuovo approccio verso le ONG, che abbiamo convenuto costituire spesso un fattore di pull factor per i flussi migratori irregolari”. Il “fattore di attrazione” è stato sempre smentito dalle analisi dei flussi ma, ancora una volta, a chi importa? Non alle 1.184 persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale da inizio 2025. Il diverso approccio nei soccorsi, quando non addirittura il disimpegno, l’assegnazione di porti lontani, i fermi e le limitazioni alla possibilità di salvataggi multipli ha oggettivamente limitato l’attività delle organizzazioni umanitarie, che considerano i dispersi o la maggior parte di questi, casi di mancati soccorsi. Nel 2024 la nave Geo Barents di Medici senza Frontiere aveva già dimezzato i salvataggi rispetto al 2023. Intanto aumentavano le persone intercettate e riportate indietro, soprattutto dai libici. Basandosi sui soccorsi effettuati nel 2024, Sos Mediterranée ha calcolato di aver salvato una media di 30 persone al giorno. Non è statistica, solo un ordine di grandezza su cui ragionare a fronte dei 760 giorni di navigazione in più e degli oltre 800 di fermo imposti dal governo Meloni. Difficile dire quante siano le vittime dirette di queste scelte. Molto più difficile negare che ce ne siano.

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