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Perché Aristofane merita di tornare protagonista nel teatro contemporaneo

Dalla Grecia classica al '900: il grande commediografo ateniese come prototipo dell'attore comico moderno, tra protesta e innovazione
Perché Aristofane merita di tornare protagonista nel teatro contemporaneo
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A quanto pare, c’è un problema con la commedia antica nel teatro italiano (e non solo). Plauto e Terenzio sembrano completamente dimenticati e anche Aristofane viene rappresentato molto meno dei coevi tragici, al di fuori delle rassegne siracusane. Eppure, almeno Aristofane ha tutte le carte in regola per interessarci ancora oggi e soprattutto per coinvolgere le nuove generazioni di questo tribolato inizio di millennio.

Quando cominciò la sua carriera teatrale aveva appena 19 anni. Era un adolescente che reagiva con rabbia alle storture della vita pubblica ateniese. Protesta, da vero pacifista, contro la Guerra del Peloponneso e i suoi nefasti effetti; se la prende con i politici demagoghi (oggi diremmo populisti); detesta la pericolosa moda dei Sofisti, fautori di quella che oggi si chiama “post-verità”; inventa soluzioni fantasiose per evadere da un presente insopportabile; si affida a una inesauribile verve comica per “carnevalizzare” la realtà e instaurare provvisori, utopici, mondi alla rovescia.

In realtà, come sostiene Benedetto Marzullo (1923-2016), insigne grecista che ha dedicato buona parte della sua vita allo studio e alla traduzione completa del commediografo attico, Aristofane non è soltanto il King of Comedy ma anche il re del comico, forse il suo “inventore” in Occidente. Egli lo ritiene superiore a Plauto, Rabelais e Molière, gli altri fuoriclasse della comicità mondiale. E concede al solo Mozart di poter stare al suo stesso livello.

Ma la cosa più interessante è che un’indagine attenta sull’attore aristofaneo, sulle sue tecniche, le sue abilità, i suoi modi di produzione del comico, sta mettendo in luce che esso può venire considerato un prototipo o comunque un antenato dell’attore comico moderno: quello che si afferma con la Commedia dell’Arte e con Molière fra XVI e XVII secolo e che – per quanto ci riguarda – culmina nei comici del Novecento italiano, da Petrolini a Totò, da Eduardo e Peppino a Dario Fo e oltre.

Il plurilinguismo trasversale (cioè la capacità di padroneggiare una molteplicità di mezzi espressivi, generi e registri drammatici); l’intertestualità parodica (che ha per bersaglio la tragedia, in Aristofane, e il Grande Attore in Petrolini e compagni); il rapporto distanziato, mai di completa sovrapposizione, fra attore e personaggio; l’improvvisazione; le uscite dal ruolo; l’interpellazione diretta degli spettatori. Queste sono le caratteristiche principali, costitutive, dell’attore comico, dalla Grecia classica al Novecento.

Ed è soprattutto con Aristofane, e grazie alla rappresentazione delle sue commedie (oltre che di quelle di altri grandi autori andati perduti, da Eupoli a Cratino), che esse sono state messe a punto per la prima volta. Non va mai dimenticato che lo stesso drammaturgo recitava e comunque scriveva le sue commedie come copioni, provvisori canovacci per la scena, da fissare letterariamente solo a posteriori. Oltre che nell’attualità talvolta sconcertante dei temi delle sue commedie, così come del suo rabbioso, giovanile rifiuto dell’esistente, è in questa “genealogia” dell’attore comico che può essere rinvenuta un’altra strada per avvicinarci oggi al grande commediografo.

Un regista che ha battuto con particolare profitto entrambe queste strade è Marco Martinelli. In quasi quarant’anni egli ha fatto conoscere Aristofane, un loro coetaneo di 2500 anni fa, a migliaia di adolescenti, i quali hanno scoperto la gioia che può dare lo stare in scena insieme, come un coro, a “mettere in vita” le sue commedie. Magari traducendole in dialetto e pensandole recitate da Totò e Peppino o dai Fratelli Marx.

In effetti, se, con tutte le cautele del caso, si può pensare di tracciare una linea che da Aristofane arriva ai comici del Novecento, allora, forse, nella pratica è possibile compiere il percorso inverso e tornare al protocommediografo attraverso questi comici, con la loro mediazione.

Di “Aristofane e la scena” (ma anche del contributo fornito al riguardo da Marzullo) si è discusso a Roma, nel TeatroBasilica, in due giornate di studi (3-4 ottobre) promosse da Antonio Calenda, decano dei registi italiani e fra i più accreditati frequentatori del repertorio classico, a cominciare proprio da Aristofane. Fra i relatori, oltre al promotore e allo scrivente, i grecisti Angela Andrisano, Cristina Pace e Lorenzo Perilli, il critico Giuseppe Liotta e lo studioso e traduttore Giovanni Greco.

Queste giornate facevano parte di un più ampio progetto, culminato nella prova aperta di un laboratorio di alta formazione per attori e ricercatori under 30 e in uno spettacolo del Gruppo della Creta (regia di Alessandro Di Murro), Pluto o il dono della fine del mondo: una ingegnosa riscrittura dell’ultima commedia di Aristofane, in cui il già mesto finale originale assume tratti apocalittici. Perché – è questo il senso, se non m’inganno – la distanza fra utopia e distopia è molto breve, come insegna la storia, anche e soprattutto in materia di “equa ridistribuzione della ricchezza”.

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