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La serie tv ‘Lo Psicologo’ si propone come un autentico laboratorio artistico

Una serie che sceglie il grottesco come linguaggio per raccontare la follia contemporanea attraverso episodi di soli 5 minuti
La serie tv ‘Lo Psicologo’ si propone come un autentico laboratorio artistico
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La serialità contemporanea, schiacciata tra logiche di binge-watching e produzioni mainstream, raramente osa deviare dal sentiero narrativo consolidato. In questo panorama, la serie Lo Psicologo (recentemente presentata in anteprima presso la Casa del Cinema di Roma) diretta da Enrico Pittari e prodotta da Golden Boys Produzioni, si configura come una sfida aperta alle convenzioni, proponendosi anche come un autentico laboratorio artistico. L’obiettivo della serie, ideata da Enrico Pittari e Salvio Simeoli, di cui sono lieto di aver curato la colonna sonora originale, si configura non come semplice fiction d’intrattenimento, ma come uno squarcio chirurgico, un lucido sguardo sulla follia contemporanea, attraverso un registro stilistico inequivocabile: il grottesco. La presenza autorevole di Alessandro Haber non è un semplice endorsement commerciale, ma rappresenta piuttosto un elemento strutturale volto a consolidare la densità e il peso specifico del progetto.

La scelta radicale di realizzare episodi brevi, di soli cinque minuti, non si configura come una mera concessione alla fruizione on-demand o ai ritmi del web, bensì come una scelta di linguaggio programmatica. La brevità non è qui sinonimo di superficialità, ma di necessaria e brutale sintesi. Essa impone al linguaggio visivo e narrativo una massima densità, trasformando ogni sequenza in un elemento essenziale, in un gesto artistico necessario. Questa struttura minimalista si sposa in modo particolarmente efficace con un linguaggio grottesco, per certi aspetti reazionario e underground. I creatori lo sostengono con forza: “Il realismo ha già detto tutto. Ora è il tempo del grottesco”. In un’epoca in cui i media generalisti hanno saturato ogni possibilità di narrazione mimetica, la deformazione iperbolica e la mescolanza stridente di tragico e comico possono forse restituire la verità di certe disfunzioni sociali e nevrosi individuali, evidenziando le contraddizioni dell’animo umano, senza la mediazione rassicurante della verosimiglianza.

Il baricentro drammatico della serie (presto disponibile sui principali portali online) è uno psicologo costruito su una sottile e pericolosa ambivalenza, un milieu in cui convivono empatia tossica e cinismo. Questa figura è quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo risolutivo: egli opera, infatti, nelle zone d’ombra e nelle incertezze, come l’attore stesso ha confessato di prediligere, definendo il proprio personaggio una sorta di “missionario laico”. Il suo personaggio non cura il malessere dell’epoca, ma ne è piuttosto il sismografo, nonché la vittima più illustre. Accanto ad Alessandro Haber, si dispiega un ensemble corale di attori emergenti, tra cui Caterina Boccardi, Andrea De Satti, Antonella Bavaro, Alessia Thomas, Manuela Derme, Giovanni Schiavo, Marco Sutera, Alberto Vetroni, Carlotta Venditti, Gennaro Acri, Salvatore Lanciano, Lorenzo Montaguti, Michele Luise, Loredana Mantuano e Greta Nitti, che restituiscono un affresco collettivo della follia contemporanea.

Last but not least, è doveroso menzionare l’essenziale contributo del comparto tecnico-artistico: la visionaria fotografia di Matteo De Angelis crea un’atmosfera sospesa, quasi pittorica, bilanciando il realismo delle ambientazioni con la componente onirica e grottesca intrinseca alla narrazione. Analogamente, i costumi di Valeria Fiore non agiscono come un semplice indumento, ma come elementi caratterizzanti che sottolineano la deformazione iperbolica dei personaggi. Il montaggio chirurgico di Francesco Tellico impone un ritmo serrato e brutale; il suono di Patrizio Parisi evoca un paesaggio acustico denso e stridente. Con loro ho lavorato in modo sinestetico cercando di far emergere e germogliare la colonna sonora dall’ambiente, dai cromatismi, dalle luci, dai materiali, insinuandomi nelle pieghe del testo, degli sguardi, e dei repentini smottamenti emotivi dei protagonisti.

L’annuncio della lavorazione della seconda stagione si configura, a mio avviso, come un tenue ma significativo indice di discontinuità nel panorama audiovisivo nazionale. Tale sviluppo suggerisce, forse, che il mercato italiano non è più rigidamente vincolato alla mera riproposizione di modelli narrativi saturi, quali, storie d’amore adolescenziali, psicodrammi viziati dal benessere socio-economico, o l’ennesima rilettura della criminalità in chiave ‘fashion’ e ‘next generation’. Questa prospettiva evidenzia l’esistenza, non maggioritaria ma pur sempre qualitativamente rilevante, di un segmento di pubblico che ricerca ancora, nel cinema e nelle serie, un elemento di riflessione critica e introspezione gnoseologica, in netta opposizione a quella vasta platea di spettatori che predilige un intrattenimento superficiale come strumento di fuga dalle complessità del reale.

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