C’è ancora spazio per il cristianesimo? Ha risposto una vera cristiana davanti all’imperatore Trump

C’è spazio ancora per il cristianesimo nella società post-cristiana? Per trovare una risposta conviene tornare al sermone pronunciato dalla vescova episcopaliana (anglicana) Mariann Budde dinanzi al presidente Trump.
E’ noto che nella loro storia gli Stati Uniti portano una forte impronta religiosa. Alle origini stanno i pellegrini puritani della nave Mayflower, che approdarono nel Seicento sulle coste del Massachusetts fuggendo dall’Inghilterra in nome della libertà religiosa. Questo ha fatto sì che la costituzione statunitense, in nome del medesimo principio, sia laica: cioè vieti esplicitamente di favorire o sfavorire una confessione religiosa. Allo stesso tempo, però, il richiamo all’assistenza divina è sempre stato presente nei riti civili e persino sulle banconote che recano il motto “In God we trust” (Ci affidiamo a Dio). Ecco perché anche l’inizio di una nuova presidenza prevedeva un momento di inaugurazione religiosa.
Le cronache hanno riportato l’intervento della vescova Budde e la smorfia di disgusto sul viso di Trump. La leader religiosa si è contrapposta palesemente a punti qualificanti della linea di Trump. E’ stato un sermone che meriterebbe di essere ancorato nei libri di scuola. Per il suo stile, la sua essenza, il modo con cui è stato esposto.
Marianne Budde, prima donna ad essere nominata vescova di Washington, ha un viso asciutto, capelli corti grigio-castani, una voce sottile e pacata. Non ha fatto un’arringa, ha raccontato – nello stile piano di chi sente il soffio dello “spirito” negli eventi di ogni giorno – che ci sono gay, lesbiche e minori transgender nelle famiglie di chi vota democratico, repubblicano o è un elettore indipendente. Ha ricordato la vita quotidiana degli immigrati, che “sono impegnati nel raccolto e puliscono i nostri uffici, che lavorano nelle fattorie di pollame o nei macelli industriali, che lavano i piatti dopo i nostri pasti al ristorante e fanno i turni di notte negli ospedali”. Era il tono delle parabole il suo. Non della teologia o dell’autorità. Il tono di chi prende per mano l’uditorio e mostra la realtà.
Ed eccoli, gli “invisibile” che l’internazionale populista estremista ignora sempre – anche in Italia e in Europa, da Vienna a Parigi, da Berlino a Londra – preferendo seminare odio e usando i disperati del mondo come carne da cannone per le proprie battaglie politiche. Budde non ha alzato il dito, non ha alzato la voce. Ha chiesto misericordia, il messaggio più alto del cristianesimo. Quella com-passione che un ateo militante come Bertold Brecht riassumeva in un suo verso: “Perché ogni creatura ha bisogno dell’aiuto di tutti”.
Non è avvenuta una normale alternanza alle ultime elezioni Usa, parte di un’onda nera manifestatasi già in vari paesi d’Europa. Il ritorno al potere di Trump prospetta un nuovo tipo di totalitarismo. Un totalitarismo – cominciano a notare gli spiriti più riflessivi – che non esige masse inquadrate con divise dello stesso colore, anzi promette espressività libertaria per tutti e al contempo costruisce un capitalismo autoritario: privo il più possibile di pesi e contrappesi, svincolato dal controllo esercitato dallo stato in nome del “bene comune”. In questo progetto lo stato deve essere duro contro i criminali e gli scomodi, ma leggero, leggerissimo nel non disturbare i domini dei tecno-potenti. Non si parli di redistribuzione. Non si parli di limiti all’onnipotenza padronale. Sarebbe censura e prepotenza, gridano i Nuovi Oligarchi!
E’ qui che risalta la voce mite di Marianne Budde, decisa a ricordare che gli esseri umani non vanno calpestati. “La grande maggioranza degli immigrati non sono criminali. Pagano le tasse e sono buoni vicini”. La voce della vescova è un segno dei tempi. Risuona perché il nuovo estremismo autoritario (lo segnala da tempo papa Francesco) ha bisogno di creare nemici e capri espiatori ed è instancabile nell’attizzare odio, paura, violenza per spianare la strada all’uomo forte che tutti salva. Nella sua nudità il messaggio cristiano di Marianne Budde rimarrà una pietra di paragone, in piena sintonia con l’umanesimo laico. Poiché siamo in un “cambio d’epoca” (per usare un’espressione bergogliana). E questo cambiamento è testimoniato anche dalla reazione del nuovo presidente, che ha stracciato ogni galateo scagliandosi contro la vescova e definendola un “odiatore” tipico della sinistra radicale, “sgradevole nel tono, non convincente o intelligente”. Dovrebbe scusarsi, ha poi detto.
Gli storici noteranno che i nuovi padroni, fautori del free speech, la libertà assoluta di espressione, diventano invece irascibili nei confronti di opinioni diverse appena impugnano il bastone di comando. Nelle note a pie’ pagina rimarrà anche che il parlamentare repubblicano Mike Collins ha soggiunto sprezzante che Budde dovrebbe essere inserita nella lista delle persone da deportare.
Ai teologi tradizionalisti cattolici resterà da spiegare perché una vescova come Marianne nella Chiesa di Roma sarebbe una rovina, contraria agli insegnamenti di Gesù.