Ti ricordi… Quando un tifoso del Milan uccise a coltellate il genoano Vincenzo Spagnolo, cambiando per sempre il mondo ultras

Meritava fiducia quel Genoa di lotta di Pippo Marchioro: lottava per non retrocedere sì, ma le grandi le aveva fermate praticamente tutte. Anche con Scoglio prima di Marchioro: la Fiorentina, l’Inter, la Juventus, il Napoli, il Parma non erano passate coi rossoblù, che avevano conquistato punti preziosi per la salvezza. Meritava fiducia quel Genoa alla prima di ritorno, contro il Milan di Capello che all’andata pure aveva faticato, passando con un gol di Marco Simone. “A Marassi sarà diversa”: lo pensa anche Vincenzo Spagnolo, ‘Spagna’, in gradinata, 24 anni, tifosissimo del Genoa e pronto a tifare forte, più forte per aiutare Skhuravy e i suoi. 29 gennaio 1995: a Marassi ci vanno anche gli ultras rossoneri, alcuni con un “treno speciale”, altri “sciolti”: le Brigate 2, ad esempio, erano autonome. Modello inglese, anche nell’abbigliamento casual e tutta la volontà di imporsi nel panorama ultra rossonero, le Brigate 2 hanno bisogno di azioni eclatanti, quelle che creano nuovi adepti, quelle che attirano ragazzini come Simone Barbaglia, che adepto già lo è e che di anni ne ha 18.
Azioni eclatanti come scontrarsi con i tifosi rossoblu, non proprio all’esterno dello stadio, vista l’improponibile disparità numerica ma attirandone qualche gruppo in strade secondarie per poi dar vita allo scontro. Magari “tagliando” qualche nemico, cioè tirando qualche coltellata in parti non vitali: roba che porta onore, roba che fa belli agli occhi dei capi, capo come all’epoca era Carlo Giacominelli, 31 anni, laureato in economia e commercio, oggi commercialista che nella sua attività ha fornito anche consulenze per la Lega. Idolo all’epoca di un ragazzino come Simone Barbaglia, al suo battesimo ultras, con un coltello a farfalla prestato da un amico. Lo scontro arriva, Spagnolo a mani nude, Barbaglia col coltello: lo colpisce al petto, finisce a terra in una pozza di sangue, in ambulanza, poco dopo, si spegne per sempre. Il tam tam si diffonde nelle curve: quella genoana convoca i calciatori e gli spiega che giocare è impossibile, poi tenta di entrare in contatto con i circa mille tifosi milanisti, non riuscendovi.
Nel settore rossonero Barbaglia è terrorizzato: “Ho tagliato un tipo, ma l’ho preso male” e si apre quella che gli inquirenti definiscono “unità di crisi”: i giacconi vengono scambiati, i biglietti del treno speciale passano di mano in mano per provare a dare un alibi anche a chi aveva raggiunto Genova in Intercity, come le Brigate 2 appunto. Serve a poco, ci sono testimoni, e in poco tempo il responsabile viene individuato e confessa. “Avevo paura, ma l’idea di scappare davanti a Giacominelli mi era insopportabile. Se avessi estratto il coltello, come ho fatto, gli avrei dato invece una dimostrazione di coraggio. E io all’opinione di Carlo ci tenevo” . Dal carcere, dove appena arrivato gli frattureranno una gamba in una partitella nell’ora d’aria, scriverà: “Non volevo uccidere, ho sbagliato, avevo in testa valori finti ed ero parte di un gioco che reggono altri, con altri fini”. In carcere resterà fino al 2007, Barbaglia, altri del gruppo ci restano pochi mesi. Dopo l’omicidio di “Spagna” si apre il dibattito tra gli ultras (“Mai più lame, mai più infami”) e anche tra le istituzioni, pure quello all’insegna del “Mai più”. Il Genoa poi avrebbe fermato anche il Milan, nel recupero di quella giornata, raggiunto sul pareggio solo all’83esimo dal gol dell’ex, Christian Panucci, ma i rossoblù sarebbero retrocessi alla fine della stagione. Dalla morte di Spagna sono passati trent’anni: oggi ne avrebbe cinquantacinque. Messaggi cupi e deliranti, ancora oggi, infangano la vicenda sui social: ragazzini, si dirà. Già, come trent’anni fa.