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L’ala politica di Hamas in Qatar apre a Trump: “Senza di lui non ci sarebbe stato il cessate il fuoco. Pronti al dialogo con gli Usa”

Il plauso al presidente può essere anche letto come una manifestazione di debolezza da parte dell'organizzazione islamista, che ora punta a ricostruire Gaza e riprendere il controllo politico della Striscia
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La leadership politica di Hamas è pronta al dialogo con gli Stati Uniti e riconosce al nuovo presidente americano Donald Trump il merito di aver “messo fine” alla guerra nella Striscia di Gaza. Lo ha dichiarato l’alto funzionario di Hamas Mousa Abu Marzouk al New York Times, lunedì. Trump è un “presidente serio. Se non fosse stato per la sua insistenza nel porre fine alla guerra e per l’invio di un rappresentante decisivo, l’accordo (con Israele) non si sarebbe mai concretizzato”, ha detto il leader politico di Hamas, attualmente in Qatar.

Abu Marzouk fa riferimento al viaggio del nuovo incaricato Usa per il Medi Oriente Steve Witkoff, decisivo secondo molti retroscena sulle ultime ore di negoziato tra Israele e Hamas per il cessate il fuoco a Gaza. “Il merito di aver posto fine alla guerra spetta a Trump”, ha confermato Marzouk. Abu Marzouk ha invitato anche Witkoff a Gaza: “Può venire a vedere la gente e cercare di capire i loro sentimenti e desideri in modo che la posizione americana possa basarsi sugli interessi di tutte le parti, e non solo di una parte”.

I commenti del politico dell’organizzazione islamista, considerato un pragmatico, suggeriscono che almeno una parte della leadership di Hamas spera di trovare un accordo di coesistenza con la prossima amministrazione Trump, nonostante gli Stati Uniti abbiano designato Hamas come organizzazione terroristica dal 1997.

Abu Marzouk, 74 anni, è nato a Gaza. Prima di diventare responsabile Esteri di Hamas è stato un militante. La visione che esprime è lontana da quella, ben più dura, mantenuta pubblicamente dalla circoscrizione di Hamas di Gaza, quella dei comandanti militari Mohammed Sinwar e Izzeldin al-Haddad. Significativamente, i media arabi più vicini all’organizzazione islamista palestinese non hanno ripreso i suoi commenti.

Durante la prima amministrazione Trump, tra il 2017 e il 2021, Hamas ha molto criticato gli Stati Uniti, soprattutto dopo la scelta di trasferire l’ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme e riconoscere la città santa dei tre monoteismi come capitale di Israele. Hamas aveva definito “l’accordo della vergogna” il piano di normalizzazione della regione portato avanti da Trump con l’etichetta di Accordi di Abramo.

Ora però lo scenario è cambiato, e il plauso al presidente potrebbe essere letto anche come una manifestazione di debolezza per l’organizzazione, sfiancata, anche se non distrutta, da 15 mesi di combattimenti. Uno dei motivi per cui Hamas potrebbe voler aprire agli Stati Uniti è essere certo che non ci siano intralci all’ingresso dei materiali edili, ai soldi e al carburante necessari per la ricostruzione di Gaza. Il gruppo punta a rimanere dominante nella Striscia, nonostante l’intenzione dichiarata di Israele e dei suoi alleati sia di rimuoverla dai posti di comando.

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