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Corea del Sud, la polizia riesce ad arrestare il presidente Yoon: “Non riconosco l’indagine, ma voglio evitare spargimenti di sangue”

Il presidente, indagato per aver tentato un colpo di stato, era stato già colpito da un provvedimento di arresto non eseguito a causa di disordini dei suoi sostenitori
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Il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol è stato arrestato. La notizia è stata diffusa dall’agenzia dell’anticorruzione (Cio) di Seul. Il provvedimento ha portato così Yoon, tra l’altro ex procuratore capo nazionale, a essere il primo presidente della storia della Corea del Sud a finire in manette. Gli investigatori, dopo lunghi negoziati, sono riusciti al loro secondo tentativo ad arrestare Yoon presso la sua residenza: il mandato di cattura “è stato eseguito alle 10:33” (le 2:33 in Italia), ha riferito l’Ufficio d’indagine sulla corruzione per funzionari di alto rango (Cio), l’anticorruzione di Seul, escludendo qualsiasi ipotesi di comparizione volontaria. Yoon – che era stato già colpito da un provvedimento di arresto non eseguito a causa di disordini – era sospeso dalle sue funzioni a causa della procedura di impeachment in corso.

“Sono veramente sconcertato nel vedere che illegalità su illegalità su illegalità sono state eseguite e che le procedure sono state condotte con forza in base a un mandato non valido” ha affermato Yoon in un video reso pubblico prima della suo arresto. “Non riconosco l’indagine dell’Ufficio di investigazione sulla corruzione per gli alti funzionari”, aggiunge nel filmato, “in qualità di presidente, che ha la responsabilità di sostenere la Costituzione e il sistema legale della Repubblica di Corea, la mia decisione di rispettare tali procedure illegali e non valide non è un riconoscimento, ma piuttosto la volontà di prevenire incidenti spiacevoli e spargimenti di sangue“.

Le riprese in diretta tv trasmesse anche in streaming hanno mostrato un convoglio di veicoli, tra bus e auto della polizia, mentre lasciava il complesso della residenza presidenziale nel centro della capitale sudcoreana per dirigersi verso la sede del Cio di Gwacheon, a sud di Seul.

L’anticorruzione, inoltre, non ha segnalato alcun confronto fisico a differenza di quanto accaduto nel primo tentativo di arresto del 3 gennaio, nel mezzo della mobilitazione di circa 3.000 agenti, parte di un’operazione che ha tenuto conto dei possibili scontri tra oppositori e sostenitori di Yoon. La polizia, tra l’altro, ha usato la forza per farsi largo tra la folla formatasi di fronte alla residenza presidenziale e per rimuovere le barricate che hanno trasformato la residenza in una sorta di bunker negli ultimi giorni, con tanto di filo spinato piazzato sui muri. Il precedente tentativo del Cio di arresto era fallito dopo uno scontro di sei ore con le guardie di sicurezza presidenziali, nel mezzo di tensioni e di timori per un potenziale conflitto armato.

Dopo il caso della dichiarazione di legge marziale il 3 dicembre, considerata un tentato colpo di Stato, la settimana scorsa il tribunale del distretto occidentale di Seoul aveva inizialmente emesso un mandato di detenzione per Yoon e un mandato separato per perquisire la sua residenza. Yoon però ha sfidato le autorità e si è rifiutato di presentarsi davanti agli inquirenti per l’interrogatorio. Da qui il mandato di arresto. Yoon si è avvalso della facoltà di non rispondere durante le 2 ore e mezza di interrogatorio nell’Ufficio investigativo sulla corruzione degli alti funzionari (CIO).

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