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30 Dicembre 2024

Ultimo aggiornamento: 11:12 del 4 Gennaio 2025

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di F. Q.
Natale è passato, ma le offerte delle feste ancora no. Anche quest’anno potete regalarvi o regalare l’abbonamento annuale al Fatto Quotidiano approfittando di un'offerta imperdibile: un anno della nostra informazione a 119,99 anziché 189,99
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Il direttore Marco Travaglio ha lanciato pochi giorni fa l’appello ai lettori: “Ci stiamo preparando per le nuove battaglie dell’anno a venire. La prima la conoscete perché dopo mesi di leggi delega stop and go si è arrivati al dunque, cioè all’approvazione del decreto delegato sulla legge bavaglio che punisce i giornalisti precisi e attendibili. Noi faremo obiezione di coscienza. L’abbiamo già detto e continueremo a pubblicare testualmente tutti i documenti giudiziari, dopo avere verificato che abbiano interesse pubblico e che siano autentici. Queste sono le uniche due verifiche che faremo. Ci beccheremo un sacco di processi e speriamo che questi processi sfocino in una sentenza della Corte Costituzionale o della Corte di Giustizia europea”. Il condirettore Peter Gomez ha aggiunto: “Qui al Fatto cosa scrivere e come scrivere lo decidiamo solo noi. Qui scriviamo e pubblichiamo tutte le notizie che siamo in grado di trovare e possiamo anche sostenere delle posizioni che sono completamente diverse da quelle della stampa nazionale”.

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  • 19:32 - Alimentazione, esperto Donegani: "Olio di palma demonizzato, sostituirlo non porta benefici"

    Rimini, 19 gen. - (Adnkronos) - “Da una decina d’anni l’olio di palma è stato oggetto di un vero e proprio attacco mediatico che ne ha determinato la demonizzazione sotto diversi aspetti. In Italia, in particolare, si è fatto leva su quello che è stato ritenuto l’elemento più sensibile per il pubblico: la salute. L’olio di palma è stato dipinto come un grasso sostanzialmente nocivo per chi lo consuma. Negli ultimi anni, le evidenze scientifiche si sono ulteriormente consolidate, portando a risultati inconfutabili che smontano completamente quelle che erano argomentazioni pretestuose utilizzate per demonizzare l’olio di palma”. Lo spiega Giorgio Donegani, tecnologo alimentare ed esperto di nutrizione, al seminario organizzato dall’Unione Italiana per l’Olio di palma sostenibile (Uiops) e dell'Associazione italiana dell'industria olearia (Assitol), nell’ambito del Sigep, il Salone internazionale dedicato a gelato, pastry&chocolate, coffee, bakery e pizza, a Rimini.

    Un incontro organizzato per presentare il Position Paper "Olio di palma sostenibile: nutrizione e sicurezza alimentare", recentemente adottato dal Comitato Tecnico Scientifico Uiops. L’esperto sottolinea come “la sostituzione dell’olio di palma con altri grassi, per motivi nutrizionali o salutistici, non comporta alcun beneficio. Anzi, ricerche molto recenti dimostrano che questo boicottaggio non è servito nemmeno a ridurre l’assunzione di grassi saturi nella popolazione italiana - sottolinea - nonostante la quasi scomparsa dell’olio di palma da molti prodotti, infatti, l’assunzione complessiva di grassi saturi è addirittura aumentata”, afferma.

    Davanti agli allarmismi, come quello che per Donegani ha interessato l’olio di palma, “il consumatore dovrebbe esercitare il pensiero critico e ricordare che esistono fonti autorevoli e accreditate a cui fare riferimento - suggerisce - il ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, la Società Italiana di Nutrizione Umana, il Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) che ha elaborato le Linee guida per una sana alimentazione della popolazione italiana. I documenti seri esistono - conclude - sono basati su evidenze scientifiche e non su suggestioni: basta consultarli e fidarsi di quelli”.

  • 19:31 - Alimentazione, esperto Donegani: "Olio di palma demonizzato, sostituirlo non porta benefici"

    Rimini, 19 gen. - (Adnkronos) - “Da una decina d’anni l’olio di palma è stato oggetto di un vero e proprio attacco mediatico che ne ha determinato la demonizzazione sotto diversi aspetti. In Italia, in particolare, si è fatto leva su quello che è stato ritenuto l’elemento più sensibile per il pubblico: la salute. L’olio di palma è stato dipinto come un grasso sostanzialmente nocivo per chi lo consuma. Negli ultimi anni, le evidenze scientifiche si sono ulteriormente consolidate, portando a risultati inconfutabili che smontano completamente quelle che erano argomentazioni pretestuose utilizzate per demonizzare l’olio di palma”. Lo spiega Giorgio Donegani, tecnologo alimentare ed esperto di nutrizione, al seminario organizzato dall’Unione Italiana per l’Olio di palma sostenibile (Uiops) e dell'Associazione italiana dell'industria olearia (Assitol), nell’ambito del Sigep, il Salone internazionale dedicato a gelato, pastry&chocolate, coffee, bakery e pizza, a Rimini.

    Un incontro organizzato per presentare il Position Paper "Olio di palma sostenibile: nutrizione e sicurezza alimentare", recentemente adottato dal Comitato Tecnico Scientifico Uiops. L’esperto sottolinea come “la sostituzione dell’olio di palma con altri grassi, per motivi nutrizionali o salutistici, non comporta alcun beneficio. Anzi, ricerche molto recenti dimostrano che questo boicottaggio non è servito nemmeno a ridurre l’assunzione di grassi saturi nella popolazione italiana - sottolinea - nonostante la quasi scomparsa dell’olio di palma da molti prodotti, infatti, l’assunzione complessiva di grassi saturi è addirittura aumentata”, afferma.

    Davanti agli allarmismi, come quello che per Donegani ha interessato l’olio di palma, “il consumatore dovrebbe esercitare il pensiero critico e ricordare che esistono fonti autorevoli e accreditate a cui fare riferimento - suggerisce - il ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, la Società Italiana di Nutrizione Umana, il Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) che ha elaborato le Linee guida per una sana alimentazione della popolazione italiana. I documenti seri esistono - conclude - sono basati su evidenze scientifiche e non su suggestioni: basta consultarli e fidarsi di quelli”.

  • 19:29 - Alimentazione, Tapella (Uiops): "Con Olio di palma sostenibile sicurezza e qualità garantite"

    Rimini, 19 gen. - (Adnkronos) - “L'olio di palma certificato sostenibile, oltre a garantire la sostenibilità sociale e ambientale, garantisce anche la sicurezza e la qualità del prodotto. È conosciuto e usato in tutto il mondo”. Lo ha detto Vincenzo Tapella, presidente Uiops, l’Unione italiana per l’Olio di palma sostenibile, partecipando oggi a Rimini al seminario organizzato con l’Associazione italiana dell'industria Olearia, nell’ambito del Sigep, il Salone internazionale dedicato a gelato, pastry&chocolate, coffee, bakery e pizza. Durante l’incontro è stato presentato il position paper "Olio di palma sostenibile: nutrizione e sicurezza alimentare", recentemente adottato dal Comitato tecnico scientifico Uiops.

    “Il Comitato Tecnico Scientifico dell’Unione – spiega il presidente - è un organismo interdisciplinare esterno di esperti scelti per assicurare autorità, rigore scientifico e obiettività nei contenuti pubblicati o adottati dall’associazione stessa. Ha una funzione di supporto scientifico e di validazione oggettiva per tutte le attività di comunicazione e posizionamento dell’Unione sui temi dell’olio di palma sostenibile, in termini di sostenibilità ambientale, nutrizionale, sociale e di filiera”.

    Per Tapella la scelta di presentare il documento alla manifestazione è strategica: “Sigep è una fiera importantissima per quanto riguarda il settore alimentare - afferma - Vogliamo informare sull’evoluzione dell’olio di palma e far conoscere al pubblico le sue caratteristiche e le sue peculiarità. Questo position paper è rivolto a cascata, non soltanto ai produttori di prodotti alimentari ma anche al consumatore come garanzia di sicurezza, qualità e la sostenibilità dell'olio di palma”, aggiunge.

  • 19:29 - Alimentazione, Tapella (Uiops): "Con Olio di palma sostenibile sicurezza e qualità garantite"

    Rimini, 19 gen. - (Adnkronos) - “L'olio di palma certificato sostenibile, oltre a garantire la sostenibilità sociale e ambientale, garantisce anche la sicurezza e la qualità del prodotto. È conosciuto e usato in tutto il mondo”. Lo ha detto Vincenzo Tapella, presidente Uiops, l’Unione italiana per l’Olio di palma sostenibile, partecipando oggi a Rimini al seminario organizzato con l’Associazione italiana dell'industria Olearia, nell’ambito del Sigep, il Salone internazionale dedicato a gelato, pastry&chocolate, coffee, bakery e pizza. Durante l’incontro è stato presentato il position paper "Olio di palma sostenibile: nutrizione e sicurezza alimentare", recentemente adottato dal Comitato tecnico scientifico Uiops.

    “Il Comitato Tecnico Scientifico dell’Unione – spiega il presidente - è un organismo interdisciplinare esterno di esperti scelti per assicurare autorità, rigore scientifico e obiettività nei contenuti pubblicati o adottati dall’associazione stessa. Ha una funzione di supporto scientifico e di validazione oggettiva per tutte le attività di comunicazione e posizionamento dell’Unione sui temi dell’olio di palma sostenibile, in termini di sostenibilità ambientale, nutrizionale, sociale e di filiera”.

    Per Tapella la scelta di presentare il documento alla manifestazione è strategica: “Sigep è una fiera importantissima per quanto riguarda il settore alimentare - afferma - Vogliamo informare sull’evoluzione dell’olio di palma e far conoscere al pubblico le sue caratteristiche e le sue peculiarità. Questo position paper è rivolto a cascata, non soltanto ai produttori di prodotti alimentari ma anche al consumatore come garanzia di sicurezza, qualità e la sostenibilità dell'olio di palma”, aggiunge.

  • 19:19 - Mo: Fratoianni, 'altro comitato di pace, quello di Trump è comitato d'affari'

    Roma, 19 gen. (Adnkronos) - "Altro che 'comitato per la pace a Gaza', l’invenzione di Trump non è altro che un comitato (a pagamento) di affari". Lo scrive Nicola Fratoianni di Avs sui social.

    "Peraltro - aggiunge il leader di SI - senza coinvolgere i palestinesi e le organizzazioni internazionali, senza interrompere le violenze dei coloni e l’apartheid in Cisgiordania, senza garantire giustizia dopo i crimini di guerra del governo Netanyahu, senza assicurare la piena operatività delle Ong e delle agenzie dell’Onu a Gaza come si può avere una prospettiva di pace in quell’area?".

  • 19:13 - Limes, nuovo round: Argentieri ribatte a Caracciolo

    (Adnkronos) - Dopo la prima intervista su Adnkronos, che il mese scorso ha innescato un acceso dibattito pubblico, con l'uscita da "Limes" di Giorgio Arfaras, Franz Gustincich e del generale Vincenzo Camporini, Federigo Argentieri tiene a precisare le ragioni della sua rottura e a replicare alle risposte fornite in tv e sui giornali dal fondatore e direttore Lucio Caracciolo, nonché ad alcuni commenti. Al centro, non solo la linea editoriale sulla guerra in Ucraina, ma anche omissioni, scelte simboliche e un’anomalia mai chiarita: la presenza, in prima pagina, di due “corrispondenti dall’Ucraina” di cui non esistono contributi rintracciabili.

    Professore, dopo la sua intervista Caracciolo ha risposto pubblicamente. Le sue spiegazioni la convincono?

    “No. Sono risposte prevedibili, già sentite. Dire ‘raccontiamo le cose come stanno, non come vorremmo che fossero’ è uno slogan, non un’argomentazione. Qui non si tratta di desideri, ma di fatti: la Crimea e il Donbas sono aree contese. Raccontarle e colorarle come territorio russo, come avvenuto ripetutamente sulle mappe di Limes dal 2014 in poi, non è una descrizione neutra della realtà, è una scelta politica e simbolica”.

    Lei sostiene che le proteste ucraine contro quelle mappe fossero legittime.

    “Assolutamente sì. Dal 2014 l’ambasciata ucraina protestava perché la Crimea veniva rappresentata come Russia. Avevano ragione allora e hanno ragione oggi, come dimostra il fatto che quella guerra si combatte ancora. Se non fossero territori contesi, non avrebbe senso il negoziato al quale assistiamo quotidianamente. Non c’è stata alcuna abdicazione a quei territori, né giuridica né politica: inoltre, nessuna delle potenze firmatarie (Usa, Regno Unito e Russia) ha dichiarato decaduto il Memorandum di Budapest del dicembre 1994, che garantiva l’integrità territoriale ucraina in cambio della sua rinuncia allo status di potenza nucleare”.

    Un punto che lei considera particolarmente grave riguarda l’Holodomor.

    “È uno spartiacque. L’uso, nel 2004, di un testo letterario leggero e ironico per trattare una tragedia storica riconosciuta come genocidio – e riconosciuta ufficialmente anche dal Senato italiano nel 2023 – è stato uno sgarro grave. Nessuno ha mai chiesto conto seriamente a Caracciolo di quella scelta. Era scherno? Era sottovalutazione? Non è mai stato chiarito”.

    Lei sostiene che Limes, su altri teatri, abbia mantenuto un approccio equanime.

    “Sul Medio Oriente, sull’Asia, sull’Africa, sull’America Latina, persino su Israele in una fase drammatica, Limes ospita voci diverse e non traspare nessuna pregiudiziale. Basta guardare i numeri recenti. Questo non accade sulla Russia e sull’Ucraina, ed è questo che rende la deviazione ancora più evidente”.

    In questo contesto lei solleva una questione nuova: i corrispondenti dall’Ucraina.

    “Sì, ed è una questione semplice e fattuale. In prima pagina di Limes, dove c’erano i nostri nomi e dove tuttora sono indicati vari personaggi ormai deceduti (ai tre che voi già avevate contato si aggiungono anche Giandomenico Picco e Gyula L. Ortutay, che "corrispondeva" dall'Ungheria), compaiono due figure indicate come ‘corrispondenti dall’Ucraina’, Leonid Finberg e Miroslav Popovic. Eppure, dopo verifiche incrociate su numeri dedicati alla guerra russo-ucraina e sull’Ucraina stessa, non risultano loro articoli, analisi, reportage. La domanda è legittima: esistono? Scrivono? Vengono interpellati? O sono nomi puramente ornamentali? Per giunta, esiste da anni (ma non dall’inizio) nientemeno che un ‘coordinatore Russie’, al plurale, un termine surreale che non si sentiva dai tempi dell’impero zarista”.

    E' un problema dichiarare collaboratori che non collaborano?

    “Se tu dici di avere corrispondenti sul campo e poi non ne emerge alcuna voce, si crea un problema di trasparenza editoriale. Soprattutto se hai fatto domanda per essere classificato come rivista scientifica. Come ha rilevato su Startmag Gregory Alegi, docente di Storia alla Luiss, Limes è nell'elenco delle pubblicazioni scientifiche certificate dall'Anvur, l'agenzia pubblica che tra le altre cose valuta se le riviste rispettano determinati criteri e requisiti (e, a quanto afferma Alegi, la rivista diretta da Caracciolo non li rispetterebbe). Soprattutto su una guerra che viene continuamente raccontata come se fosse una partita tra tifoserie. Un termine - "tifo" - che considero gravemente fuorviante”.

    Perché?

    “Difendere l’Ucraina non è “tifo”. Era “tifo” ascoltare Radio Londra durante la Seconda guerra mondiale? Era “tifo” auspicare e approvare lo sbarco in Sicilia, in Normandia? Oppure augurarsi la caduta del muro di Berlino e delle dittature est europee? Qui si parla di autodifesa, di diritto internazionale, di Carta delle Nazioni Unite. Ridurre tutto a una logica da stadio è un errore culturale profondo”.

    Lei parla di una lettura distorta anche dell’articolo 11 della Costituzione.

    “L’articolo 11 non dice solo ‘l’Italia ripudia la guerra’. Dice che ripudia la guerra come offesa alla libertà di altri popoli. E infatti riconosce il diritto all’autodifesa del popolo aggredito, in linea con la Carta dell’Onu. Ignorare questo significa travisare la Costituzione e il diritto internazionale”.

    Un’altra critica riguarda i titoli e i numeri di Limes sulla guerra.

    “Titoli come ‘Stiamo perdendo la guerra’, (che sarebbe anche una buona notizia se si riconoscesse di appoggiare la Russia), o ‘Fine della guerra’ non sono neutrali. Preparano psicologicamente il lettore a un esito, suggeriscono una conclusione. Non è analisi, è orientamento. E quando lo fai su un conflitto in corso, devi sapere che stai prendendo posizione”.

    Ma la domanda che in molti hanno fatto è: perché le vostre dimissioni e le prese di distanza arrivano solo ora?

    “Non arrivano solo ora. Molti se ne erano accorti prima. Ma quando c’è di mezzo un’amicizia, una storia comune, si tende a consumare ogni possibilità di confronto prima di uscire allo scoperto. È quello che ho fatto anch’io. Inoltre, mi risulta che almeno altri tre esponenti dei due organi editoriali abbiano intenzioni analoghe”.

    In sintesi, qual è il punto centrale della sua critica?

    “È molto semplice: Limes ha mantenuto la sua qualità e il suo equilibrio originari ovunque, tranne che su Russia e Ucraina. Lì si è verificato, da due decenni, un atteggiamento sistematicamente sbilanciato. Le dichiarazioni di solidarietà provenienti da ambienti culturali russi lo confermano. Non è un’accusa ideologica, è una constatazione”. (di Giorgio Rutelli)

  • 19:11 - Cos'è il bazooka europeo e può davvero fare male a Trump?

    (Adnkronos) - Ogni volta che Donald Trump torna a minacciare dazi, ritorsioni commerciali o pressioni politiche sull’Europa, a Bruxelles riemerge una parola che ormai è diventata un mantra: “bazooka”. È il modo in cui viene spesso descritto l’Anti-Coercion Instrument (Aci), il meccanismo che dovrebbe consentire all’Unione europea di reagire a forme di coercizione economica da parte di Paesi terzi. Ma al di là della retorica, cosa c’è davvero dentro questo bazooka? E, soprattutto, quanto farebbe davvero male agli Stati Uniti se l’Ue decidesse di usarlo contro un’America trumpiana?

    L’Anti-Coercion Instrument nasce da una constatazione ormai condivisa a Bruxelles: il commercio globale non è più governato solo da regole multilaterali e arbitrati tecnici, ma è diventato uno strumento di pressione geopolitica. Dazi, minacce regolatorie, restrizioni informali e ritorsioni mirate vengono usate per influenzare decisioni sovrane di altri Paesi. In questo contesto, l’Aci è nato soprattutto per rispondere alla Cina, che in un caso ormai celebre ha esercitato una indebita pressione politica ed economica sulla Lituania rea di aver allacciato rapporti con Taiwan. È una base giuridica per reagire in modo coordinato, evitando che singoli Stati membri vengano colpiti e isolati.

    Un meccanismo non pensato come una risposta automatica o impulsiva, ma come una cornice che consente all’Unione di costruire deterrenza, mostrando di avere opzioni credibili e pronte all’uso.

    Uno degli equivoci più diffusi è immaginare il bazooka europeo come un’unica arma risolutiva. In realtà, la forza dell’Unione sta nella possibilità di combinare più strumenti, calibrando la risposta in base all’intensità della coercizione subita. Sul piano commerciale, questo significa poter colpire settori sensibili per l’economia e per la politica americana, scegliendo prodotti e filiere che hanno un peso simbolico oltre che economico.

    Ma il punto decisivo è che oggi l’Europa non è più limitata ai soli dazi. L’accesso al mercato unico, che resta uno dei più ricchi (e regolati) del mondo, diventa una leva centrale. Norme, standard, autorizzazioni e controlli possono trasformarsi in strumenti di pressione indiretta, capaci di incidere profondamente sugli interessi economici statunitensi senza ricorrere a misure platealmente punitive.

    Se c’è un terreno su cui l’Europa potrebbe colpire in modo particolarmente efficace, è quello dei servizi e del digitale. Le grandi piattaforme tecnologiche americane dipendono in modo strutturale dal mercato europeo, sia in termini di fatturato sia di legittimazione regolatoria. L’applicazione rigorosa del Digital Services Act e del Digital Markets Act, l’inasprimento delle sanzioni e una lettura restrittiva delle norme su dati e concorrenza rappresentano una leva potente.

    Non si tratterebbe tanto di “punire” le aziende americane, quanto di rendere evidente che l’accesso privilegiato al mercato europeo non è scontato in un contesto di conflitto politico. È una forma di pressione estremamente costosa, perché incide su modelli di business e valutazioni finanziarie.

    Un altro capitolo centrale riguarda le tecnologie avanzate, l’energia e le infrastrutture critiche. Qui il bazooka europeo assume una dimensione più strategica. L’Ue dispone oggi di strumenti per limitare l’accesso delle aziende straniere agli appalti pubblici, per condizionare gli investimenti diretti esteri e per controllare l’esportazione di tecnologie sensibili.

    Nel caso degli Stati Uniti, questo significherebbe toccare nervi scoperti della relazione transatlantica: dalla cooperazione industriale alla sicurezza energetica, fino al ruolo delle aziende americane nei grandi progetti infrastrutturali europei. Come osserva lo European Council on Foreign Relations, sono misure che difficilmente verrebbero usate per prime, ma che contribuiscono a rendere credibile la deterrenza europea.

    Nel dibattito pubblico torna spesso l’idea che l’Europa possa colpire gli Stati Uniti usando la finanza come arma. Gli investitori europei detengono infatti asset americani per un valore che supera i 12.600 miliardi di dollari. Sulla carta, una cifra enorme. Nella pratica, una leva molto meno maneggevole.

    Il “Financial Times” chiarisce perché questo strumento resta più teorico che reale. Quegli asset non sono controllati direttamente dai governi, ma da fondi pensione, assicurazioni e investitori privati. Una loro dismissione forzata danneggerebbe anche l’Europa, rafforzando l’euro e penalizzando le esportazioni. Inoltre, i mercati finanziari statunitensi restano i più profondi e liquidi al mondo, in grado di assorbire shock anche significativi.

    La finanza, dunque, non è un’arma da usare apertamente, ma può funzionare come segnale politico: rallentare nuovi investimenti, aumentare la percezione del rischio e rendere più costoso il capitale per gli Stati Uniti in un contesto di tensione prolungata.

    Esiste però una leva finanziaria meno discussa, ma politicamente esplosiva: il ruolo delle grandi banche d’affari americane nel collocamento dei titoli di Stato europei. Oggi istituti come Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley o Citi sono attori centrali nelle operazioni di emissione del debito sovrano di molti Paesi dell’Unione.

    In uno scenario di scontro aperto, i governi europei potrebbero valutare – almeno in teoria – di ridurre o escludere le banche americane da questi mandati, privilegiando istituti europei. Sarebbe una mossa ad alto impatto simbolico, perché colpirebbe direttamente Wall Street nel suo ruolo di intermediario globale. Ma sarebbe anche una decisione estremamente delicata: i mercati potrebbero interpretarla come una politicizzazione del debito, aumentando la volatilità e i costi di finanziamento per gli stessi Stati europei.

    Proprio per questo, più che un’arma da usare, questa opzione funziona come minaccia: dimostra che l’interdipendenza finanziaria non è a senso unico e che anche il cuore del sistema finanziario americano dipende dalla cooperazione europea.

    L’Europa, di fronte alle mire trumpiane sull’Artico, non ha bisogno di reagire con uno scontro frontale immediato. Può invece aumentare progressivamente i costi politici, economici e diplomatici di qualsiasi iniziativa unilaterale americana, costruendo alleanze, investimenti alternativi e impegni credibili.

    È lo stesso schema che vale per il commercio: il bazooka europeo non serve tanto per sparare, quanto per far capire che l’escalation sarebbe svantaggiosa per tutti, soprattutto per chi la innesca.

    Alla fine, il punto centrale è questo: l’Europa oggi ha davvero un arsenale più ampio e sofisticato rispetto al passato. Il bazooka esiste, ed è fatto di strumenti commerciali, regolatori, tecnologici e finanziari. Ma la sua efficacia dipende da una scelta politica.

    L’Unione è pronta ad accettare costi interni per difendere la propria sovranità? È disposta a usare strumenti pensati per Cina o Russia anche contro l’alleato americano? E, soprattutto, è capace di agire in modo unitario quando gli interessi nazionali divergono?

    Il bazooka europeo, in fondo, non è progettato per essere usato. È progettato per convincere l’altro a non costringerti a usarlo. Con Donald Trump, la vera sfida per Bruxelles è trasformare la propria interdipendenza economica in una deterrenza credibile, senza distruggere le basi della relazione transatlantica che, nonostante tutto, resta vitale. (di Giorgio Rutelli)

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