Siria, delegazione Usa incontra Al Jolani: è la prima missione diplomatica dall’inizio della guerra civile

A dodici giorni dalla fine del regime di Bashar Al Assad, e dal trasferimento del dittatore siriano in Russia, i primi diplomatici ad incontrare Abu Mohammad al-Jolani, il capo dei ribelli che ha preso Damasco, sono statunitensi. La delegazione Usa in Siria è arrivata presso la sede del capo della coalizione di governo – la cui organizzazione, Hayat Tahrir al-Sham (Hts), è classificata come terroristica da Washington -, all’Hotel Four Seasons della capitale, per il primo contatto non ufficiale con le nuove autorità. I diplomatici viaggiano su un convoglio di 4×4 immatricolato in Giordania battente bandiera americana. Ad annunciare l’incontro è stato il Dipartimento di Stato: si tratta della prima missione diplomatica ufficiale inviata a Damasco dall’inizio della guerra civile scoppiata nel 2011. Gli inviati americani hanno incontrato rappresentanti di Hts e della società civile per discutere “la loro visione del futuro del Paese e il modo in cui gli Stati Uniti possono sostenerli”, ha dichiarato un portavoce del Dipartimento di Stato. La delegazione comprende Barbara Leaf, diplomatica statunitense responsabile per il Medio Oriente, Daniel Rubinstein, diplomatico specializzato nel mondo arabo e ora responsabile dei contatti con la Siria e Roger Carstens, inviato presidenziale speciale per gli affari degli ostaggi dal 2020.
Alla ricerca di Austin Tice – Quest’ultimo, in particolare, è incaricato di raccogliere informazioni su dove si trovi il giornalista Usa Austin Tice, scomparso in Siria dal 2012. Puntano inoltre sui principi di inclusione e rifiuto del terrorismo e delle armi chimiche che, secondo l’amministrazione Biden, sono fondamentali per il sostegno degli Stati Uniti a un nuovo governo siriano. Rubinstein, Leaf e Carstens hanno incontrato funzionari di Hayat Tahrir al-Sham (Hts), cioè il gruppo ribelle che ha guidato l’assalto a Damasco costringendo Assad a fuggire. Il fatto che Hts sia considerata dagli Usa come organizzazione terroristica comporta una serie di sanzioni, ma non vieta ai funzionari Usa di parlare con i suoi membri o leader. Gli Stati Uniti hanno raddoppiato gli sforzi per trovare Tice e riportarlo a casa, affermando che i funzionari hanno comunicato con i ribelli che hanno spodestato il governo di Assad riguardo al giornalista americano. Carstens si era già recato in Libano per cercare informazioni. Tice, il cui lavoro è stato pubblicato anche dal Washington Post e da giornali McClatchy, è scomparso a un posto di blocco in una zona contesa a ovest di Damasco mentre la guerra civile siriana si intensificava. Un video pubblicato settimane dopo la scomparsa di Tice lo mostrava bendato e tenuto da uomini armati e da allora non si hanno più notizie di lui, mentre il governo di Assad ha negato pubblicamente di averlo fermato.
I militari americani sul campo – Dal 2014 sono presenti in Siria forze Usa nel quadro della lotta allo Stato islamico e da allora hanno collaborato con le Forze democratiche siriane (Fds) a guida curda. La fine del regime di Assad ha fatto tornare i timori relativi alla minaccia Is. Migliaia di combattenti del sedicente Isis e loro familiari restano in prigioni ‘improvvisate’, sorvegliate dalle forze curde (sostenute dagli Usa, ma contrastate dalla Turchia), con armi limitate a disposizione, ha scritto nei giorni scorsi Politico, mentre le forze curde hanno continuato a scontarsi contro combattenti sostenuti da Ankara e cellule dell’Is ancora attive. “Di solito odio questo cliché, ma è la cosa più vicina a una bomba a orologeria che abbiamo”, ha detto un ufficiale dell’antiterrorismo Usa, certo che se non si fermeranno gli attacchi contro le Fds si potrebbe dover fare i conti con una “evasione di massa dalle carceri”. Di “esercito terroristico in stato di detenzione” ha parlato Joseph Votel, generale a riposo che per tre anni dal 2016, epoca della guerra all’Is, ha guidato il Comando centrale Usa ed è “molto preoccupato”.
La maggior parte dei combattenti dell’Is che sono stati catturati, ha evidenziato Politico, sono di Iraq e Siria, ma i jihadisti arrivavano anche da Paesi europei, dell’Asia Centrale e del Nord America, Usa compresi. E il tema del ritorno foreign fighters è stato per anni al centro del dibattito. Il giornale ha scritto dell’annoso limbo legale per circa 9mila combattenti dell’Is e altre 50mila persone, mogli e figli compresi. Nei giorni scorsi gli Usa hanno condotto decine di radi aerei contro obiettivi dell’Is. L’Is “sta riorganizzando le fila, dal momento che è entrato in possesso di grandi quantità di armi a causa del crollo dell’Esercito siriano e della presenza di depositi di armi abbandonati”, fattori che “hanno permesso” al gruppo di “estendere il controllo a nuove aree”, ha affermato ieri il ministro degli Esteri iracheno, Fuad Hussein, lanciando l’allarme per “il pericolo di fuga dalle carceri di membri dell’Is” e “il peggioramento della situazione nel campo (profughi) di Al-Hol, con ripercussioni sulla sicurezza di Siria e Iraq“. Per il premier iracheno Mohamed Shia al Sudani, che rivendica la preparazione delle forze di sicurezza e dell’intelligence di Baghdad, il gruppo jihadista non è invece una minaccia per l’Iraq. “I resti delle bande sconfitte dell’Is – è convinto – non rappresentano più una minaccia per il territorio iracheno”.