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“Non dimenticate Aleppo”: otto anni fa l’urlo per la Siria subito prima dell’attentato contro l’ambasciatore russo in Turchia

L'ufficiale di polizia Mevlüt Mert Altıntaş sparò al diplomatico Andrei Karlov, mentre questi stava tenendo un discorso ufficiale durante l’inaugurazione di una mostra d’arte ad Ankara. Un gesto divenuto iconico per i "Lupi grigi"
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Sono trascorsi otto anni da quando l’ufficiale di polizia Mevlüt Mert Altıntaş ha sparato, uccidendolo, l’ambasciatore russo in Turchia, Andrei Karlov. Mentre il diplomatico stava tenendo un discorso ufficiale durante l’inaugurazione di una mostra d’arte ad Ankara, il poliziotto, apparentemente intento a proteggerlo, estrasse la pistola d’ordinanza e gli sparò a morte. La dinamica dell’assassinio venne ripresa dalle telecamere interne della galleria d’arte e il video deve il giro dei media di tutto il mondo.

Il gesto “atletico” con cui l’agente ultranazionalista portò a compimento il crimine ampiamente premeditato divenne subito iconico tra i “Lupi grigi”, ovvero l’ala armata del Partito di estrema destra, il Mhp, che da quasi dieci anni è diventato la stampella del Partito del Presidente Recep Tayyip Erdogan, accettando di assumere il ruolo di junior partner nelle coalizioni di governo.

A distanza di otto anni, questa fatale circostanza è tornata d’attualità: Altıntaş, dopo aver estratto l’arma, aveva infatti urlato “non dimenticate Aleppo, non dimenticate la Siria”, in segno di protesta contro la decimazione della popolazione che abitava nella parte orientale della città sunnita di Aleppo da parte dei russi. Fin dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011, l’esercito del dittatore Bashar Assad venne sostenuto dal Cremlino. Le milizie “ribelli”, finanziate e armate dai servizi segreti turchi, attestate ad Aleppo- est, tra la popolazione civile che le supportava, furono martellate giorno e notte per anni dalle bombe sganciate dall’aviazione russa fino a quando capitolarono. Quelle sopravvissute si spostarono nella regione di Idlib, sempre protette da Ankara. Sì tratta delle stesse milizie islamiste che in queste due settimane hanno ribaltato la storia della Siria, e l’intero scacchiere geopolitico, conquistando non solo Aleppo, ma anche Damasco e costringendo il clan Assad a fuggire a Mosca.

Gli ultranazionalisti turchi rivendicano fin dalla caduta dell’impero Ottomano – di cui Aleppo facevano parte – la proprietà di questa città cruciale sotto molti aspetti, in primis per la sua posizione geografica e, di conseguenza, economica. Ma ancora più importante è la sua storia di devoto centro sunnita.

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