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Aveva denunciato “violazioni del copyright” da parte di OpenAI: whistleblower trovato morto nella sua casa. Polizia: “Si è suicidato”

Il 26enne aveva più volte denunciato pubblicamente le pratiche del colosso dell'IA arrivando a lasciare il proprio incarico di ricercatore
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Il suo non era un nome qualsiasi nel mondo dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Suchir Balaji è stato ricercatore di OpenAI dal 2020 al 2024, anno in cui ha deciso di abbandonare il colosso del gruppo Microsoft per divergenze sulle politiche interne della società. Da quel momento, il 26enne si è lanciato in una serie di denunce pubbliche sulle presunte violazioni commesse dall’azienda in tema di rispetto del copyright nel processo di sviluppo e addestramento dei chat bot di ChatGPT, programma al quale Balaji ha lavorato per un anno e mezzo. A fine novembre, hanno però comunicato nelle scorse ore le forze dell’ordine americane, il giovane è stato ritrovato privo di vita nel suo appartamento di San Francisco. Polizia e Office of the Chief Medical Examiner lo considerano un caso di suicidio.

Da quanto emerso negli scorsi mesi in merito a quanto divulgato dal 26enne, si ritiene che fosse in possesso di informazioni utili sulle cause legali che OpenAI sta affrontando a causa del modello su cui costruisce i propri profitti. Da quando ChatGPT è stata messa sul mercato alla fine del 2022, sono state diverse le azioni contro la società fondata nel 2015 da Elon Musk e Sam Altman da parte di autori, programmatori informatici, giornali e singoli giornalisti che la accusano di aver illegalmente sottratto il loro materiale protetto da copyright per fini di addestramento del programma di ChatGPT. Contribuendo così a far aumentare il suo valore economico oltre la cifra di 150 miliardi di dollari. Fra i vari quotidiani in causa contro OpenAI figura in primis il New York Times che la ritiene responsabile insieme a Microsoft per “miliardi di dollari di danni” legati “alla copia e all’utilizzo illegale” del lavoro del giornale.

Con le sue dimissioni nell’agosto 2024, Balaji aveva fatto intendere di non essere più d’accordo con il principio su cui si stava sviluppando la tecnologia di ChatGPT ma di non voler chiudere per sempre con l’intelligenza artificiale di cui era entusiasta. A ottobre invece, in un’intervista rilasciata proprio al New York Times, aveva accusato apertamente tutte le società di sviluppo di IA generativa di violare la legge sul copyright e, di conseguenza, di stare indirettamente danneggiando l’intero ecosistema di internet oltre che le aziende private, favorendo rispettivamente la duplicazione dei dati online e l’immissione di software di intelligenza artificiale nel mercato come entità in grado di dominare nella competizione con aziende improntate su modelli gestiti da umani. “Se credi a ciò che credo io, devi semplicemente lasciare l’azienda”, aveva dichiarato al quotidiano spiegando le motivazioni che lo avevano spinto a lasciare il suo posto di lavoro, aggiungendo che quello verso cui si sta andando “non è un modello sostenibile per l’ecosistema di Internet nel suo complesso”. Concetti ribaditi da Balaji anche in una pubblicazione apparsa sul suo blog, dove aveva descritto la pratica come una potenziale violazione del copyright dal momento che “il processo di training di un modello generativo comporta la creazione di copie di dati protetti”.

In una lettera depositata il 18 novembre scorso presso la corte federale dagli avvocati del New York Times, il nome di Balaji compare fra coloro che vengono definiti in possesso di “documenti unici e pertinenti” in grado di supportare la causa contro OpenAI. Mentre la polizia di San Francisco dichiara che al momento non ci sono prove di un “atto criminale” dietro la morte di Balaji, a soffiare sul fuoco del sospetto ci pensa Elon Musk, impegnato in una battaglia legale contro il CEO di OpenAI, che su X ha commentato la notizia con un criptico “Hmm”.

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