Niente più richieste di scioglimento immediato, senza neanche aspettare le relazioni della commissione d’accesso. Stop anche ai comunicati stampa bellicosi e alle conferenze stampa in consiglio comunale, con tanto di maxischermo sul quale proiettare le parti salienti dell’ordinanza di custodia cautelare. Ora che a finire sotto inchiesta è uno dei loro, i leghisti si ritrovano “garantisti“, convinti dell’innocenza di Luca Sammartino fino a prova contraria. Di più: pur di marcare le distanze dall’inchiesta per corruzione della procura di Catania, gli esponenti del Carroccio riescono a fare una doppia piroetta. Da una parte arrivano a dire che i fatti contestati risalgono a quando l’ormai ex vice presidente della Sicilia militava ancora nel Pd e poi in Italia viva. Dall’altra non trovano di meglio che evocare la giustizia a orologeria. Insomma un atteggiamento completamente diverso rispetto a quello tenuto in Puglia, dove una serie di inchieste giudiziarie su esponenti del centrosinistra rischiano di far sciogliere il comune di Bari per infiltrazioni mafiose.

A inviare la commissione d’accesso nel municipio del capoluogo pugliese è stato il Viminale, guidato proprio da un ministro della Lega come Matteo Piantedosi. E infatti gli esponenti del Carroccio sono stati tra i principali protagonisti della polemica politica aperta in Puglia contro le giunte di centrosinistra guidate da Michele Emiliano e Antonio Decaro. “Il Viminale proceda quanto prima con lo scioglimento del comune di Bari“, diceva Andrea Crippa, vicesegretario di via Bellerio, il 24 marzo, quindi solo cinque giorni dopo l’invio della commissione ministeriale. Erano i giorni delle polemiche per l’aneddoto raccontato in piazza dal governatore pugliese sulla sorella del boss Capriati. E il numero due di Matteo Salvini era tra i più convinti sostenitori dello scioglimento non solo del comune ma pure della Regione: “Dopo l’autodenuncia di Emiliano è impossibile e intollerabile continuare ad avere in carica un presidente di Regione e un sindaco del capoluogo che si affidano alla sorella di un boss per portare avanti l’attività sul territorio”, diceva il vicesegretario del partito di Salvini.

Tre settimane dopo ecco che sotto inchiesta finisce Sammartino, golden boy della Lega in Sicilia, recordman di preferenze, vice presidente della Regione e potente assessore all’Agricoltura. Lo accusano di corruzione, in un ‘inchiesta in cui emergono anche racconti di pentiti di mafia: le contestazioni, però, si fermano al 2021. E infatti Crippa cerca di marcare le distanze: “Tra il 2015 e il 2018 Sammartino non era con la Lega”. Il vicesegretario del Carroccio ha ragione: Sammartino, infatti, aderisce al partito di Alberto da Giussano solo nell’estate del 2021. Fino a quel momento era un esponente di Italia viva e prima ancora era nel Pd, sempre al seguito di Matteo Renzi. Quanto la Lega decide di aprirgli le porte, però, il politico siciliano non era esattamente sconosciuto alle procure: era infatti già a giudizio per corruzione elettorale. I processi con questa accusa, nel frattempo, sono diventati due e non risulta che il Carroccio abbia mai preso le distanze dal suo golden boy siciliano.

Forse per non dare l’impressione di voler scaricare Sammartino, Crippa aggiusta subito il tiro e arriva a evocare lo spettro della giustizia a orologeria: “Le indagini sono state chiuse nel 2021 ma solo oggi arrivano i provvedimenti, guarda caso a un mese dalle Europee, mi chiedo perché…”, dice il vicesegretario della Lega. “È sconcertante che, per quanto le indagini siano state condotte tra il 2018 e il 2021, i provvedimenti siano scattati solo oggi a poco più di un mese dalle europee”, dice pure il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, che rispetto a Crippa sposta in avanti di tre anni il periodo delle indagini. Cambiano ancora i riferimenti temporali nella dichiarazione del senatore Nino Germanà: “Non posso non registrare una grave intempestività dei provvedimenti che sono correlati a presunti fatti ipotizzati da indagini condotte tra il 2018 e il 2020, ma che vengono emessi dopo oltre tre anni e a pochi giorni dalla scadenza del termine della presentazione delle liste”. Non risulta, però, che nessuno dei tre abbia contestato la decisione del Viminale di inviare la commissione d’accesso a Bari a tre mesi esatti dalle elezioni comunali.

“Siamo garantisti, abbiamo sempre il beneficio del dubbio, Mi chiedo perché dopo tre anni i provvedimenti arrivino ora”, insiste Crippa. “Siamo garantisti, esattamente come lo siamo stati per Bari o Torino”, ripete Durigon. Stessa condizione anche di Germanà e dei leghisti siciliani, ovviamente “certi e sicuri” del fatto che Sammartino “saprà dimostrare quanto prima la propria estraneità a quanto gli viene contestato”. Eppure tutto questo garantismo non era stato messo in mostra a Bari, quando i politici del centrodestra avevano festeggiato l’arrivo della commissione d’accesso con una conferenza stampa all’interno del comune. C’era pure un maxischermo, sul quale scorrevano le immagini dell’ordinanza di custodia cautelare dell’ultima inchiesta. La stessa ordinanza di cui il centrodestra ha deciso di vietare la pubblicazione, approvando un apposito bavaglio in Parlamento. E che però a Bari veniva declamata in diretta social e televisiva. “Vi leggo quello che accadeva”, ha spiegato all’uditorio il deputato pugliese Davide Bellomo, prima di mettersi a citare numeri progressivi di ascolti telefonici, contenuti di intercettazioni e ampi stralci dell’ordinanza. Ovviamente Bellomo è un esponente della Lega. Chissà se si è già procurato le carte dell’inchiesta su Sammartino.

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Nella foto in alto | A sinistra il segretario della Lega con Sammartino, a destra (in primo piano) Davide Bellomo alla conferenza stampa dei parlamentari di centrodestra in Comune a Bari

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