Il fotografo statunitense Elliott Erwitt, grande maestro degli scatti in bianco e nero che ritraggono situazioni ironiche e assurde di tutti i giorni, è morto all’età 95 anni mercoledì 29 novembre nella sua casa di Manhattan. L’annuncio della scomparsa è stato dato oggi dal New York Times, scrivendo: “I fotografi con una visione comica della vita raramente ottengono il plauso concesso agli esaltatori della natura o ai cronisti della guerra e dello squallore. Elliott Erwitt è stato un’eccezione”.

Per oltre sessant’anni Erwitt ha usato la sua macchina fotografica per raccontare “barzellette visive”, trovando materiale ovunque passeggiasse. “Il suo occhio acuto per le congiunzioni sciocche, a volte eloquenti – un cane sdraiato sulla schiena in un cimitero, un distributore di Coca-Cola incandescente in Alabama durante una parata di missili, una pianta in vaso rognosa in una pacchiana sala da ballo di Miami Beach – gli ha fatto guadagnare incarichi costanti e l’affetto di un pubblico che condivideva il suo dolce, chapliniano senso dell’assurdo”, scrive sempre il “New York Times”.

Nato a Parigi il 26 luglio 1928 da genitori di origine russa, Elliot Erwitt si era trasferito negli Stati Uniti dopo aver trascorso l’infanzia a Milano e a Parigi. Studente alla New School for Social Research di NewYork, ha intrapreso l’attività negli anni Cinquanta, come assistente di Roy Stryker e successivamente, venuto a contatto con Edward Steichen e Robert Capa, è divenuto fotografo indipendente nel 1953, lavorando per riviste quali “Collier’s”, “Look”, “Life” e “Holiday” o grabdi aziende come Air France e Klm. Nel 1954 divenne membro effettivo dell’agenzia Magnum Photos, che gli donò molta visibilità e che gli permise di intraprendere progetti fotografici in tutto il mondo.

Fortemente influenzato dalla lezione di Eugène Atget e al contempo attirato tanto dall’ironia di Robert Doisneau quanto dal formalismo di Henri Cartier Bresson, Erwitt cercò di trasfigurare la realtà o meglio di reinterpretarla attraverso l’occhio disincantato della fotografia. Con i libri-reportage “Photographs and anti-photographs” (1972) e “Son of a Bitch” (1974), per arrivare a “Personal exposures” (1988) e ai più recenti “To the dogs” (1992) e “Between the sexes” (1994), sia nelle sequenze realizzate in strada sia nelle immagini dedicate all’animale preferito, il cane, Erwitt utilizza la coincidenza, l’avvenimento fortuito e bizzarro come metafora per riflettere con sguardo irridente sulle vicende umane. All’inizio degli anni Settanta Erwitt ha iniziato a dedicarsi al cinema realizzando numerosi documentari tra cui “Beauty knows no pain” (1971), “The glassmaker of Herat” (1977) e “Elliott Erwitt, by design” (1983). Importanti retrospettive dedicate alla sua opera sono state organizzate negli Stati Uniti e in Europa.

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