“Il problema di fondo dell’India va ricercato nel carattere degli inglesi. Se l’India fosse stata sotto un’altra dominazione si potrebbe dire che oggi, forse, non ci sarebbe una questione indiana. Che cosa rimprovera soprattutto l’indiano all’inglese? Di essere un tiranno? No. Di non fare quello che al posto suo un’altra nazione avrebbe fatto? No. Gli rimprovera di essere inglese. È nella relazione personale fra inglesi e indiani che bisogna captare l’atmosfera di malumore di trecentoventi milioni di esseri. Ciò che separa indiani e inglesi è l’astio contro il colore della pelle”.

L’India di Gandhi, di Albert Londres (traduzione e note di Maurizio Gatti; O barra O Edizioni), è un importante documento storico che anticipa, in modo lucido, quelli che saranno i cambiamenti nel subcontinente: la crescente ostilità della popolazione locale nei confronti degli occupanti inglesi, l’idea di spartizione del territorio tra musulmani e indù (divisione che porterà alla nascita del Pakistan), le rivendicazioni nazionaliste, indipendentiste, di disobbedienza civile e di non-violenza di quelli che si stavano affermando come i futuri leader spirituali e fisici dell’India post-coloniale.

Scritto nel 1922, il reportage di Londres, ha lo stile ante litteram dei lavori di Hunter S. Thompson, P. J. O’Rourke, William Godwin o Matt Taibbi. Di coloro che daranno vita a quello che, nel 1970, il giornalista del Boston Globe Bill Cardoso, definì con una parola, “gonzo” appunto, un termine nato nella comunità irlandese di Boston Sud, e che indica l’ultima persona ancora in piedi dopo una maratona di bevute durata tutta la notte. Un giornalismo veritiero, insomma, senza dover essere rigidamente oggettivo, nel quale lo stile è primario rispetto alla precisione, e che punta a descrivere le esperienze personali, le sensazioni, gli umori piuttosto che i fatti.

Ed è quello che fa Albert Londres muovendosi tra oltre trecentodieci milioni di indiani (indù, musulmani, Sikh, cristiani), sottoposti alla repressiva e opprimente politica coloniale britannica. Tra vagabondaggi sul porto di Calcutta, cortei sacri a Amristar, yogi ricoperti di cenere in riva al Gange, pire funerarie e disquisizioni filosofiche tra Tagore, Gandhi e Nehru, l’autore francese traccia un percorso originale e inedito su come si possa raggiungere il perché di un’inchiesta giornalistica, trasportando il lettore in un passato storicizzato in modo divertente, visivo e profondo.

“Un odore di serraglio pervade il posto. Dormono felici aspettando un treno che probabilmente prenderanno. Dopo aver attraversato la stazione (in India lo straniero che attraversa una stazione senza calpestare un uomo, due donne e quattro bambini è un brillante equilibrista), dopo aver percorso tutta Ceylon, la mattina successiva sono su un battello che attraversa lo stretto di Palk. Con gli occhi fissi sulla punta dell’India, cerco le fiamme che dicono divorala, e iniziano i miei stupori politici”.

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