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Condannato due volte per violenza sessuale, rompe il braccialetto elettronico ed evade

Condannato due volte per violenza sessuale, rompe il braccialetto elettronico ed evade
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Ha rotto il braccialetto elettronico ed è fuggito dagli arresti domiciliari, dove era ristretto dopo essere stato condannato due volte per violenza sessuale e maltrattamenti ad una pena di 10 anni e 4 mesi, confermati in appello. Da una settimana non si hanno più notizie di Federico Marcelli – 49 anni, pesarese, ex barista – mentre le due donne che lo avevano denunciato e mandato a processo davanti al tribunale di Pesaro, facendolo condannare in due gradi di giudizio, vivono nell’incubo di ritrovarselo di fronte. L’uomo – che era ai domiciliari nella casa della madre, in attesa della sentenza della Cassazione – ha fatto perdere le proprie tracce dal 15 novembre e le ricerche sono in corso.

“Marcelli è un manipolatore, sarebbe capace di far credere di essere un santo – dice una delle due vittime, una 43enne moldava, madre di un bambino di 6 anni, avuto dall’uomo – Ci ho creduto anch’io per tre anni, ma poi ha iniziato a violentarmi e a maltrattarmi. Sono rimasta incinta e l’ho denunciato. Mi hanno portata in una struttura protetta con mio figlio. Ma lui riuscì a sapere l’indirizzo del mio alloggio da chi doveva proteggermi”. Così – aggiunge – “me lo sono visto all’interno della struttura, sorridente e rilassato con la scusa di vedere il figlio. Voleva dimostrarmi di cosa era capace”. Ora che è fuggito – dice ancora la donna – “esco dalla struttura per andare al lavoro, avvertendo sempre prima i carabinieri e lo faccio al rientro. Ho anche una casa mia in affitto, ma non ci vado per paura. Questo non è vivere”.

Più breve, ma non meno pesante la relazione dell’altra vittima, una donna di 49 anni: “Mi violentava ogni volta che voleva, soprattutto al lavoro – racconta – Io gli avevo creduto per due mesi, poi l’avevo lasciato, ma ormai mi aveva fatto investire i miei soldi in un bar che non potevo lasciare. E lui era lì, ogni volta, a violentarmi”. Abusi consumati anche nella dispensa dietro il bancone del bar e subiti per paura: “Lui aveva un machete nella cameretta dove dormiva sotto il bar”.

“Per la vergogna, non dicevo niente a nessuno – prosegue lei – Poi un giorno mi ha gettato a terra e ho battuto la testa. Mi sono svegliata dopo mezzora, sono uscita dal bar, l’ho visto che rideva, sono salita in macchina e sono andata al pronto soccorso. I medici hanno capito tutto e hanno chiamato la polizia. A quel punto ho raccontato il mio inferno. Pensavo che lui avrebbe pagato il suo debito rinchiuso in carcere. Invece – dice a fatica – è stato rimandato a casa e adesso è fuggito. Io non riesco nemmeno ad uscire a fare la spesa per il terrore di incontrarlo. Ho paura e so di essere sola”.

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