Si fece fare persino la foto, il sindaco di Striano Antonio Del Giudice (Fratelli d’Italia), mentre rubava le biciclette a cinque immigrati maliani. E la postò sui social, in mano il tronchese col quale aveva spezzato le catene. Si vedeva un dipendente municipale mimare il gesto “ti faccio un sedere così”. Era il 15 novembre 2020, l’Italia stava tornando in lockdown. E Del Giudice, sindaco di un paese del napoletano con poco meno di 9000 abitanti, guidava le ronde in strada insieme ad alcuni dipendenti. Per lui, rimuovere quelle bici di fronte al palazzo del Comune – in quel momento chiuso – era una operazione di controllo del territorio, di ripristino del decoro urbano. Era invece un furto in piena regola, come ha stabilito una sentenza del giudice monocratico di Torre Annunziata che ha condannato a quattro mesi Del Giudice, papavero del partito di Giorgia Meloni, vice segretario campano Fdi nonché vicepresidente regionale dell’Anci.

A Del Giudice poteva anche andare peggio perché una imputazione per abuso d’ufficio, che in caso di condanna prevede la sospensione dalla carica di sindaco, è stata stralciata e non è stata ancora definita. La procura di Torre Annunziata guidata da Nunzio Fragliasso – pm Bianca Maria Colangelo – gliel’aveva contestata perché il primo cittadino aveva ordinato a un dipendente comunale di portare durante l’orario d’ufficio una delle cinque biciclette presso la sede della sua ditta. Dove fu riverniciata con la scritta del Comune. In quel modo il dipendente (non indagato, estraneo alla vicenda) fu suo malgrado distratto dal suo lavoro all’ufficio anagrafe.

Quella bici era la migliore. Ecco perché fu salvata dall’ammasso e riciclata in quel modo. Ed è solo grazie alla querela sporta dal suo possessore (che l’ha recuperata), l’unico dei cinque migranti che si rivolse ai carabinieri, che la vicenda è approdata a una condanna. Altrimenti la riforma Cartabia avrebbe spazzato via tutto per difetto di procedibilità: il reato di furto aggravato è stato declassato tra quelli non punibili d’ufficio.

Come ricorda il quotidiano Il Mattino che stamane ha riportato la sentenza, le biciclette appartenevano a cinque ospiti maliani di un centro di accoglienza per immigrati non lontano dalla stazione del trenino locale della Circumvesuviana. Per consuetudine, ogni domenica i migranti le lasciavano sotto al porticato comunale, legate con la catena alla ringhiera del porticato e chiuse col lucchetto, prima di recarsi in stazione e salire su un treno per Napoli dove andavano a fare gli ambulanti per racimolare qualche soldo.

Ce n’era abbastanza secondo i pm per contestare anche l’articolo 604 ter del codice penale: l’aver cioè commesso il furto con finalità di discriminazione o di odio etnico-razziale. Tutti sapevano in paese che quelle bici erano di poveri immigrati. Ed anche se questa aggravante non è stata riconosciuta dal giudice, resta il dubbio legittimo che se quelle bici fossero appartenute a cittadini strianesi, nessuno le avrebbe toccate con un dito. Lo stesso dubbio che nutre la Procura, che infatti si riserva di proporre appello sul punto dopo aver letto le motivazioni.

Se questa vicenda è approdata a una condanna è grazie alla determinazione di una delle vittime che decise di sporgere querela. Gli altri quattro si lasciarono andare allo sconforto. Le loro bici erano vecchie e malmesse, come si vede nei filmati di videosorveglianza analizzati dai carabinieri. Tranne una, la più “nuova”. Forse per quello il sindaco Del Giudice pensò bene di provare a riutilizzarla dopo averla riverniciata. Con la scritta del Comune, certo. Per offrirla alla collettività, quindi. Ma sempre un furto è stato, secondo il giudice di primo grado.

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