“Hanno sempre sto minchia di Falcone, Borsellino, Falcone e Borsellino porca della miseria”. A insultare i due giudici uccisi da Cosa nostra è Carlo Guarano, assessore e vicesindaco di Custonaci, comune in provincia di Trapani, registrato il 20 maggio 2022, pochi giorni prima delle commemorazioni per il trentennale della strage di Capaci. Guarano è finito in arresto con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Sono in tutto 20 le persone arrestate sui 37 indagati, nella maxi nell’operazione antimafia “Scialandro” coordinata dal procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, dall’aggiunto Paolo Guido, e i sostituti Guido Brandini e Gianluca De Leo, che ha visto operare in sinergia Dia, polizia e carabinieri.
“L’assessore è mio cugino” – Alcuni mesi prima, quando era stata intitolata l’aula consiliare del comune di Custonaci al giudice Antonino Caponnetto, il magistrato che guidò il pool antimafia, Guarano dice a chi ha realizzato la targa di rivolgersi al defunto magistrato per farsi pagare. Il poltico è accusato di aver messo a disposizione il suo ruolo politico ai clan, in cambio dell’elezione del 2018. “C’è mio cugino Carlo che è assessore e vicesindaco pure… ehhh (…) dopo due anni e mezzo, abbiamo fatto la rotazione, ed è entrato Carlo”, dice Mario Mazara, esponente della famiglia mafiosa di Custonaci.

A lettera a U’ Siccu – Nelle conversazioni intercettate, il 15 agosto 2021, Manzo parla con l’affiliato Giuseppe Maranzano, anche lui arrestato, della controversia interna alla famiglia di Valderice, affidata a Francesco Todaro, che sarebbe stato accusato di aver “rubato 50.000 dalla cassa”. Per questo motivo, sarebbe stato avvisato “quello con gli occhiali che quelli cercano sempre di continuo”, ovvero il latitante Messina Denaro. “Il dottore Guttadauro mandò una lettera firriata eh… Che questo che cercano sempre… dice mettetevi in riga… le cose qui. Perché il fatto dei 50 mila euro di là sotto, la lettera quello la fece, da dov’è lo sa lui. E il Dottore poi la mandò. Dice mettetevi in riga, lì, con le cose…”. Gli inquirenti collocano il possibile episodio tra “il 12 ottobre 2003 e il 17 luglio 2006”, Manzo avrebbe scritto di suo pugno la lettera da consegnare, ma secondo la ricostruzione degli investigatori il “dottore Guttadauro”, non sarebbe Giuseppe Guttadauro, l’ex primario dell’ospedale Civico di Palermo già condannato per mafia, ma il fratello Filippo, marito di Rosalia Messina Denaro, arrestata lo scorso marzo con l’accusa di aver coperto la latitanza del fratello, celata nei pizzini sotto il nome di “Fragolone. Per “firriata” si intende in siciliano che il pizzino ha “attraverso più passaggi”, quindi il canale di comunicazione del boss latitante avrebbe visto partecipare una fitta rete di fiancheggiatori.

L’incontro dentro una grotta- In una seconda intercettazione (1 settembre 2021), Manzo parla della sua affidabilità con Maranzano, raccontando un episodio che coinvolge ancora u’ Siccu. “Io preciso, io senza offesa, senza offesa, come si cammina io lo so, io come si cammina lo so! Perché una volta… e tanto eventualmente a me non è che a me tutte cose possono fare impressione… ma le sbarre di ferro a me impressione non me ne fanno, è bene che lo sanno. Perché io con la mia onestà e dignità che ne ho per sempre… io posso dire dignità, cosa che alcuni scambiano per debolezza! Quello li con questi occhiali che loro vanno correndo e vanno cercando sempre di continuo, dentro una grotta, mi ha detto a me, dice: Questa cosa! Va bene! Hai capito? Dopo che è sparito… il padre di quei ragazzi che sono in galera ed è pure in galera… questi ragazzi di qua, ci siamo?”

Vecchi boss ritornano – Nel lungo elenco di arrestati, spuntano anche due vecchie conoscenze della mafia siciliana. Vito Mazzara e Giuseppe Costa, già condannati per aver partecipato al sequestro e all’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, quando il bambino venne preso in ostaggio dei fratelli Brusca e per un periodo tenuto nascosto nei territorio trapanesi. Nonostante si trovasse in carcere, scrive il gip Alfredo Montalto, Mazzara non avrebbe “mai reciso il vincolo con l’organizzazione mafiosa” e avrebbe continuato ad avere “pretese” e “interessi nell’impresa calcestruzzi Barone Srl fatti valere attraverso la moglie Caterina Culcasi”, anche lei indagata per mafia. Inoltre Mazzara era “considerato importante esponente” della famiglia, visto che Manzo in uno delle intercettazioni (1 settembre 2021) fa riferimento al boss detenuto, per sedare la controversia interna con Todaro: “… E’ a conoscenza di tutte cose… se quello ha la fortuna di per sera di venire qua…”.

Le “gabelle” per il pascolo – Altro ruolo predominante nella famiglia mafiosa è quello di Costa, che avrebbe imposto agli allevatori locali di pagare una “gabella”, un imposta, per consentire il passaggio nei terreni per il pascolo. “Ci deve pagare la gabella ora…” dice intercettato Costa, e in un’altra conversazione precisa il dazio da pagare: “Gli deve portare duecentoquaranta euro e due agnelli…”. Poi l’intimidazione al pastore. “Hai capito… amminazzalo (minaccialo, ndr)…”, dice Costa. Quando però il suo affiliato gli fa sapere che il pastore può pagare solo con latte e formaggi, il boss risponde: “Vabbò… acchiappiamo… o così o così”. Nei mesi successivi, registrano gli inquirenti, i pagamenti continuavano: 158 kg di formaggi, per un ricavato di 450 euro. In totale sarebbe riuscito ad incassare 1800 euro. Infine, Costa riesce a “costituire un’azienda operante nel settore dell’allevamento e commercializzazione del bestiame senza figurare”, facendo intestare persino il “terreno al parente acquisito”, per “eludere” possibili sequestri e confische.

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