Doveva durare tre mesi. Invece si arriverà quasi a sette. La mostra Riviste. La cultura in Italia nel primo ‘900, inaugurata agli Uffizi lo scorso 15 giugno alla presenza non lascia, ma raddoppia. Il termine dell’esposizione era stato fissato al 17 settembre, invece il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, ad appena un mese dall’inaugurazione, in un comunicato ufficiale si è affrettato ad annunciare che la mostra ha superato il traguardo dei 300mila visitatori” e questo successo di pubblico, in appena un mese, dimostra che avevamo ragione nel proporre gli elementi più nobili del dibattito intellettuale e politico italiano nei decenni iniziali dello scorso secolo. La cultura italiana del primo ‘900 rappresenta il risveglio in nome dell’idealismo e in contrapposizione al vecchio positivismo. Per questo motivo, d’intesa con il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, abbiamo deciso di prorogarla fino al 7 gennaio 2024″.

Fin qui non ci sarebbe niente di male, anzi, è sempre auspicabile che una mostra di successo procrastini la chiusura per dar modo a più persone possibile di vederla, ammirarla, discuterne, criticarla, apprezzarla. Ma talvolta, come popolarmente si afferma, non è tutto oro quel che luccica. Semplicemente perché, come ha già fatto notare qualche giorno fa il Foglio, i 315.297 visitatori conteggiati, è plausibile ritenere siano supposti, non reali. E ciò dipende dalla posizione della mostra lungo il percorso museale. Qualche giorno dopo la faccenda ha ripreso vigore grazie a una lettera vergata dal direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, in cui si conferma la perfetta coincidenza tra il numero di visitatori della Galleria e quello delle persone che hanno ammirato la mostra temporanea dedicata alle riviste del Novecento. Anzi, in un impeto di chiarezza, il direttore ha pure affermato che alla fine non tutti i visitatori degli Uffizi riescono a completare il percorso museale, riuscendo quindi ad ammirare sicuramente le riviste del “secolo breve”, ma qualcuno di loro per esempio si perde i capolavori di Caravaggio che si trovano vicino all’uscita. E di fronte a un problema del genere, l’incredulità della mancata soluzione più che di San Tommaso, è la nostra.

Quando si entra in un museo (soprattutto italiano, come gli Uffizi) – e chi li frequenta lo sa bene – nessuno è libero di scorrazzare in lungo e in largo nelle sale espositive, ma segue un percorso ben preciso. All’interno di questo ci possono essere degli spazi che si può scegliere di visitare o meno, ma una volta superati i controlli all’entrata, ogni visitatore diventa un’unità che ingrossa il conteggio degli ingressi, sia che passi mezza giornata a rifarsi gli occhi davanti ai dipinti di Botticelli, sia che trascorra ore a farsi sedurre dall’unica pittura certa di Michelangelo.

Lungo il percorso museale – già previsto e ben segnalato – il visitatore troverà ad attenderlo anche delle mostre temporanee che spaziano dall’arte antica a quella contemporanea, ma che non hanno certo rilevanza comunicativa come i suddetti capolavori di Botticelli, Piero della Francesca, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Paolo Uccello, cioè i veri totem ai piedi dei quali tutti vogliono fare l’inchino, magari facendosi un selfie per “provare” a tutto il mondo di essere stati lì, in quel momento preciso. Che è poi la meta della maggioranza dei visitatori degli Uffizi.

Il numero dei visitatori giornalieri della Galleria degli Uffizi in questa stagione sfiora le 10mila unità, per cui qualsiasi opera venga messa in mostra nel museo può fregiarsi del fatto di essere stata almeno “vista” da quel numero di persone. Quindi se noi collochiamo una mostra temporanea negli spazi lungo i quali il visitatore appena entrato al piano terra della Galleria degli Uffizi è obbligatoriamente costretto a percorrere, possiamo tranquillamente presumere che tutti i visitatori che transitano da lì abbiamo visto quelle mostre. Presumere, ma non esserne certi, poiché non è nota l’esistenza di controlli in tal senso. Insomma, chi è entrato agli Uffizi, quella mostra l’avrà vista davvero?

Difficile rispondere. E forse è meglio. Per esempio, in passato alcuni nuovi spazi del complesso vasariano degli Uffizi, inizialmente furono destinati all’allestimento di mostre temporanee, ma trovandosi un po’ troppo decentrati rispetto al percorso museale, si preferì utilizzarli per altri scopi e anzi oggi accolgono il bookshop della Galleria. Perché? La spiegazione è semplice: vi era il pericolo che i visitatori – in cerca spasmodica dei capolavori più noti – disertassero quegli spazi trasformando le mostre temporanee in autentici flop.

Per cui ecco la quadratura del cerchio: si creano spazi ad hoc subito dopo l’entrata del museo, così tutti son costretti a passare da lì, vi si collocano delle mostre e poi si sbandiera il fatto che queste sono state viste da un numero di visitatori pari a quello degli ingressi in Galleria. Non fa una piega, e magari questa soluzione è pure un must di museografia. Ora, se la calma e la pazienza sono virtù dei forti, basterà attendere l’anno prossimo e, raffrontando gli ingressi dello stesso periodo dell’anno e in mancanza di una mostra in quegli stessi spazi, potremo divertirci a misurare la reale incidenza dell’esposizione delle riviste del Novecento sul dato numerico finale. Nel frattempo resta l’amara considerazione che da troppi anni i musei sono considerati più degli strumenti economici e di propaganda politica, piuttosto che di cultura e di educazione. A proposito, a voi è piaciuta la mostra delle riviste del Novecento agli Uffizi?

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