Viviamo realmente in una democrazia? O siamo piuttosto di fronte a un pallido fantasma, a un’apparenza di “governo del popolo”, a un guscio svuotato da tempo? Viene da chiederselo dopo aver letto Il collasso di una democrazia (Bollati Boringhieri) del saggista e politico Federico Fornaro, che indaga sull’ascesa al potere di Mussolini tra il 1919 e il 1922: un’analisi storico-politica attualissima e sincera, approfondita e ricca di dati.

Risale a un secolo fa il triennio che precipitò l’Italia dalla democrazia alla dittatura, vale la pena di interrogarsi; nella sua analisi, Fornaro (deputato eletto per il Partito Democratico – Italia Democratica e Progressista, già senatore nel 2013 nelle fila del Pd e già capogruppo a Montecitorio per Liberi e uguali), indaga sul collasso della democrazia liberale, vittima di una letale crisi politica e di sindacato. È ben vero che la Storia è una grande maestra ed ha pessimi allievi, ma sarebbe meglio ricordare, con i tempi che corrono.

Nella sua scrupolosa ricerca, che poggia su una gran dovizia di documenti, Fornaro sottolinea tra l’altro le occasioni perdute della sinistra italiana (tema cui già aveva dedicato un libro) e il passaggio diretto dei voti dai socialisti al blocco nazionale, che comprendeva i fascisti: il triennio cruciale cominciò con le elezioni politiche nel novembre del 1919, le prime con sistema proporzionale, nelle quali Mussolini fu nettamente sconfitto a Milano. Vinsero socialisti e i popolari, come riuscì Benito a risorgere tre anni dopo, a diventare – lui e il suo movimento – la “soluzione” ai problemi italiani, con annessa marcia su Roma (autunno 1922), via libera di Facta e di Vittorio Emanuele III, con il “fascistico”, così disse Filippo Turati, “discorso del bivacco” in parlamento?

La violenza politica e sociale ebbero senz’altro un ruolo, spiega Fornaro, tra Camere del lavoro saccheggiate e parlamentari uccisi. Ma il turning point fu l’occupazione delle fabbriche nel 1920 dice, quando Giolitti, campione dell’Italia liberale, rifiutò lo sgombero da parte dell’esercito, spezzando l’alleanza con il ceto borghese industriale. La crisi degli agrari fece il resto: si saldò così il fronte dei “maggiorenti” che videro in Mussolini un baluardo contro il pericolo bolscevico.

E la sinistra? Salvo Turati e la Kuliscioff, dice Fornaro, la gauche guardava al modello della rivoluzione russa, sognava – quasi “accecata” – uno stato senza classi e non si avvide del fascismo. I moderati finirono con l’assecondare Mussolini e i liberali non capirono i tempi, restando un partito di notabili. Magistratura e polizia fornirono un supporto esterno, è bene ricordarlo, non condannarono allo stesso modo il sovversivismo rosso e quello nero. E naturalmente ci mise molto del suo la monarchia, che dopo l’iniziale ostracismo non firmò lo stato d’assedio e diede a Mussolini l’incarico di costituire un nuovo governo.

Voilà, le basi “per le leggi liberticide e per la seconda guerra mondiale, scannatoio da milioni di morti (Hitler prese esempio dal Duce), erano gettate. Mussolini e i suoi fasci, da movimento rivoluzionario che erano, divennero partito dell’ordine. Così nasce uno Stato autoritario. Era “solo” un secolo fa, è vero, ma potrebbe accadere ancora.

Certo, oggi in Italia non si vedono milizie a difendere lo status quo, ma i segnali d’allarme non mancano, a cominciare dalle spaventose differenze economiche (la piccola e media borghesia impoverita votò in massa i nazionalsocialisti hitleriani), dallo strapotere che il turbo-capitalismo ha dato alle élites industriali e finanziarie, così a loro agio in una guerra assurda, “sdoganatrice di violenza”, scrive giustamente Fornaro nell’ultimo capitolo, intitolato “Avviso ai naviganti”.

Le folli ingiustizie sociali già da sole bastano a disgregare qualsiasi res publica.

E poi, a livello internazionale, le migrazioni di massa provocate anche dal Global Warming e il dilagare dei virus, l’incepparsi della globalizzazione, nell’orizzonte italiano il decadere delle infrastrutture (leggi autostrade, ad esempio), del sistema sanitario, il debito pubblico… Non sono forse segnali del collasso di un sistema democratico?

Senza contare il sorgere di un governo di destra, la ricerca di un uomo o donna forte (leggi, presidenzialismo), l’esaltazione, da parte di qualcuno, dell’efficientismo cinese, sistema autoritario a conti fatti più efficiente e performante del sistema socialdemocratico. Di autoritarismo in autoritarismo, la china è sdrucciola. E poi i segnali antropologici, l’alcol e la movida più ebete, il disimpegno e il conformismo diffusi, certamente formesoft di anti-politica ma altrettanto micidiali per spappolare una democrazia.

Se democrazia significa governo del popolo, al netto di astensionismo, evasione fiscale, formattazione dei media, moltiplicarsi dei “voltagabbana” – nella scorsa legislatura, calcola Openpolis, hanno cambiato casacca 299 fra deputati e senatori e alcuni di loro l’hanno cambiata anche ripetutamente per un totale di 449 giravolte – possiamo legittimamente chiederci se da un pezzo il popolo abbia smesso di governare, ammesso che abbia mai realmente governato.

Le democrazie sono fragili, conclude Fornaro, il rischio di “democrature” e democrazie illiberali è costante. Non bisogna mai sottovalutare il fascismo, come avvenne allora, un secolo fa.

Aggiungo: tic, vezzi, frasi e posture da avanspettacolo del “Crapone” Mussolini mi sono sempre parse assurde, facilmente smascherabili; “Chi poteva credergli”? mi chiedevo, ed era un secolo fa. Oggi, schiacciati dal più banale, ottuso e commerciale presente, basta guardarsi intorno e osservare certe megalomanie e psicopatologie anche politiche: non si dubita più, può capitare, eccome, ancora.

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