Quante volte abbiamo sentito parlare di crescita sui mezzi d’informazione come l’unico parametro che ci porterebbe al benessere? E quante volte abbiamo sentito bollare come folli coloro che parlavano invece di decrescita? La realtà è che sempre più scienziati stanno rendendosi conto che senza un cambio di passo non potremo contrastare il cambiamento climatico in atto, fenomeno che colpisce in modo particolarmente grave un paese fragile dal punto di vista idrogeologico come il nostro. L’Italia dovrebbe essere in prima linea per contrastare le emissioni di CO2, visto che siamo tra coloro che ne subiscono principalmente le conseguenze. Un maggiore riscaldamento globale porta a maggiore evaporazione dell’acqua, che poi ricade in modo torrenziale come accaduto in Romagna recentemente.

In questi giorni si sta tenendo presso il parlamento europeo la V conferenza “Beyond Growth”, oltre la crescita. Una società basata sulla post crescita è una necessità ineludibile, non solo contro il cambiamento climatico, tanto che anche Ipcc (Intergovernative Panel on Climate Change) ha iniziato a includere la decrescita nei suoi scenari per limitare il riscaldamento globale, ma soprattutto perché le risorse del pianeta hanno dei limiti che in molti casi abbiamo già superato.

Non tutti sono consapevoli che gli studi in questo settore nascono proprio in Italia, a Roma, grazie ad Aurelio Peccei, una personalità eclettica e di grande spessore. Peccei, come dirigente della Fiat, aveva lavorato in America Latina. Questa esperienza gli aveva portato a realizzare come il mondo occidentale stesse avvicinandosi a limiti insuperabili. Insieme a un gruppo di intellettuali di altri paesi fondò il “club di Roma” nel 1972, e il rapporto che avevano commissionato, “i limiti della crescita”, vendette oltre 10 milioni di copie.

Gli studi del club di Roma, come tutti quelli sulla decrescita, ricevettero delle feroci critiche dalla politica, anche a causa del titolo infelice della traduzione italiana (“i limiti dello sviluppo”) e le previsioni sull’esaurimento delle risorse furono bollate come catastrofiste.

Chi critica la necessità della decrescita osserva che le risorse minerarie non si sono esaurite come previsto negli anni ‘70, ma con le nuove tecnologie è stato possibile accedere ad esempio a giacimenti di petrolio sempre più in profondità e a riserve di gas prima inesplorati (il cosiddetto “shale gas”). Questo però è stato solo un palliativo. Anche se la disponibilità di energia fosse teoricamente infinita e da proveniente da fonti ad emissioni zero, rimarrebbe comunque il limite del consumo di materiali.

Secondo alcune stime, in Europa, il nostro consumo di materiali raggiunge qualcosa come 13 tonnellate pro-capite annue. Come dire che ogni cittadino europeo in media usa risorse pari al peso di tre elefanti africani. Ogni anno. È sostenibile questo? Secondo Ispra, il 95% della plastica presente nel rifiuti solidi urbani deriva da imballaggi. Davvero non la possiamo ridurre?

Se consideriamo il peso di tutti i mammiferi presenti sul pianeta, noi umani ne rappresentiamo il 36% e gli animali che alleviamo, soprattutto per cibarcene, sono un altro 58%. Quelli selvatici, che comprendono ad esempio elefanti, balene e roditori sono meno del 6%. Il 70% del peso degli uccelli presenti sul pianeta sono i polli di allevamento. La perdita di biodiversità che stiamo causando è un problema persino più grande del cambiamento climatico.

Una critica strumentale è che le strategie di decrescita colpirebbero in particolare paesi in via di sviluppo, arrestando la loro ricerca di un minimo benessere. In realtà, i paesi in via di sviluppo sono un problema marginale per il cambiamento climatico. Infatti, il 10% della popolazione più ricca è responsabile per il 49% delle emissioni, con l’1% più ricco addirittura del 17% totale, mentre il 50% della popolazione meno ricca emette solo il 12% dei gas climalteranti. Non occorre intervenire sui consumi dei poveri, occorre agire su quelli dei ricchi.

La scienza non dice di costruire più centrali nucleari in Italia (come delira la destra al governo con l’appoggio di Calenda, purtroppo) per produrre più energia e consumare ancora più materiali, nucleare che in Italia tra l’altro non accenderebbe nemmeno una lampadina nei prossimi 20 anni e quindi inutile per contrastare il cambiamento climatico.

La scienza guarda invece con attenzione alle strategie di decrescita. Nature, la più prestigiosa rivista scientifica del mondo, ha pubblicato a dicembre un editoriale di Jason Hickel con un titolo eloquente: “La decrescita può funzionare – ecco come la scienza può aiutare”. Si tratta solo dell’ennesimo articolo sul tema. L’articolo di Hickel indica la strada: ridurre i consumi non necessari, creare nuovi posti di lavoro grazie all’economia verde, aumentare i servizi pubblici, ridurre l’orario di lavoro, cancellare i debiti che non potranno mai essere ripagati dei paesi in via di sviluppo.

Se una fonte autorevole come Nature valuta positivamente questa strategia, indubbiamente la politica non può ignorare che cosa dice la scienza, anche se purtroppo in questo ambiente il pensiero è spesso limitato alla prossima elezione, piuttosto che alla prossima generazione. E quindi c’è una forte opposizione ideologica alla decrescita.

Attenzione alla differenza tra “decrescita” e “recessione”. La decrescita, che possiamo anche chiamare “post crescita” o “decrescita felice”, senza che il concetto cambi, è un processo controllato di adattamento al raggiungimento dei limiti planetari. La recessione è invece un fenomeno caotico che subiscono le società basate sulla crescita, come la nostra appunto, quando la crescita non è più possibile.

Il punto non è se ci piaccia o meno parlare di decrescita. Il punto è che sarà un processo inevitabile che possiamo decidere se subire o gestire. Ma soprattutto, coglierne le opportunità prima che sia troppo tardi.

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