V13 di Emmanuel Carrère (Adelphi) è un saggio etico grondante domande a cui è impossibile dare risposte. Una continua, distinta, incessante esposizione di un’idea di sbigottimento di fronte all’origine e al senso della follia omicida degli attentati jihadisti a Parigi (Bataclan, Stade de France e i bistrot del quartiere Bastille) del 13 novembre 2015 che provocarono 137 morti e oltre 350 feriti; come dell’improvvisa, casuale, lacerante presenza e scomparsa di vittime innocenti. “Vite che non sono la mia” è un po’ il solleticante marchio del metodo Carrère, ostinato, pervicace e puntiglioso osservatore dostoevskiano dell’animo umano, finito spesso in cunicoli esistenziali eccezionali (Limonov, L’avversario) o in ampie inattese voragini dell’ordinario.

Proprio come da “cronista occasionale” durante il mega processo che avviene nella capitale francese l’8 settembre del 2021 e che vede imputati 14 tra effettivi terroristi Isis e probabili fiancheggiatori. Un dibattimento/saggio suddiviso in fasi/capitoli – le vittime, gli imputati, la corte – che già contiene in sé una struttura da trama gialla (con attesa della sentenza) ma che vuole necessariamente perdersi ben prima, in una sorta di climax ridistribuibile nei singoli paragrafi restituendo la forma di reportage giornalistico a puntate settimanali come da origine del lavoro di Carrère per L’Obs. Poi certo, il testo è stato rimaneggiato e steso, srotolato, come fosse una lunga testimonianza in prima persona dell’autore, dall’aula, per nove mesi, a pochi passi dai “protagonisti” di una ricostruzione frammentaria eppur incredibilmente organica.

I dettagli macabri, ingenui, inscalfibili, rintracciabili nelle testimonianze dei sopravvissuti o dei parenti delle vittime (primo capitolo) agiscono, come sussulti, sorprese, insinuante descrittività carreriana di fronte ai soggetti ascoltati. Ed è forse la parte più delicata di V13, quella dove il rischio della gratuità della tragedia e del sangue potrebbe finire in una sagra della morbosità. Invece Carrère sembra come cercare, in mezzo all’inferno della morte, il filo di una impossibile e timida sopravvivenza di un anelito vitale. Individua peraltro, da consumato narratore, Nadia Mondeguer e Georges Salines, genitori di due giovani vittime che non abdicano completamente in umanità e perdono di fronte al legittimo senso di vendetta diffuso tra i familiari; sentimento pur ammesso alla sbarra delle richieste di pena da Carrère con uno stratagemma che ruba due righe alla recensione. L’inserimento della testimonianza in tribunale di un altro padre con figlia uccisa, tal Patrick Jardin, classico stereotipo di estrema destra che l’autore ammette al dibattimento ipotetico del suo libro (“è un bene che almeno una volta su duecentocinquanta ne abbiamo sentito la voce cupa e senza perdono”) concedendogli questa battuta: “Dicono che sono di estrema destra, e forse sono di estrema destra, non so. Ma non è che mia figlia sia meno morta perché io sono di estrema destra”.

Dicevamo dell’esile filo della sopravvivenza oltre il clima di morte che, nel secondo capitolo, si trasforma nell’interpellazione del curioso, dell’uomo della strada come del letterato, verso una logica comportamentale e sociale degli imputati (“la mutazione patologica dell’Islam”) che però si cela, non si materializza, sfugge nell’incomprensibilità degli atti sanguinari come delle azioni compiute da questi sia precedentemente e sia a posteriori rispetto alla carneficina. Quando Carrère si ritrova con la signora Nadia dietro un terrapieno oltre le periferie parigine per capire come abbia fatto un terrorista a nascondersi lì per ore si percepisce un desiderio di dare un senso a qualcosa che sembra non averlo e che probabilmente non si troverà mai. Del resto in V13 si cita Spinoza: “Non deridere, non compiangere, non condannare, comprendere soltanto”. Un po’ come se fosse il fenomeno di per sé dell’essere e dell’essere stato (proprio malgrado) a meritare senza sconti, sottolineature, aggettivi ed evidenziazioni, quello sguardo indirettamente indulgente, misteriosamente attraente, inspiegabilmente magnetico che Carrère esercita ogni volta che punta gli occhi addosso a una sua preda letteraria.

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