“La manovra Meloni è restrittiva per definizione. Anche questo governo, eletto con una maggioranza evidentemente contraria alle attuali regole di bilancio europee, rinuncia a fare una politica fiscale che spinga la crescita. Mentre il Paese va verso la recessione, riduce sia l’indebitamento netto sia il saldo primario di oltre 20 miliardi rispetto al quadro lasciato da Draghi“. Gustavo Piga, ordinario di Economia politica a Tor Vergata, è incredulo. “Gli stipendi dei dipendenti pubblici e la spesa per gli acquisti della pubblica amministrazione vengono congelati: considerata l’inflazione, in termini reali crolleranno. Una politica così restrittiva peggiorerà ulteriormente le performance dell’economia, che secondo le stime ottimistiche del Mef crescerà dello 0,6% ma stando ad altre previsioni andrà sottozero, e farà crescere il debito/pil rendendoci più instabili e a rischio di uscire dalla Ue“. E i 21 miliardi di deficit aggiuntivo di cui si parla? Per capire l’analisi dell’economista esperto di appalti pubblici bisogna guardare anche gli altri numeri. Che delineano i contorni di quella che Piga definisce “manovra invisibile“, ben diversa da quella rivendicata dalla premier, che in un’intervista al Corriere parla di una legge di bilancio volta a “sostenere i più fragli” e “rafforzare la classe media”.

Come dettagliato nella Nota di aggiornamento al Def presentata da Giancarlo Giorgetti qualche settimana fa, nel 2023 il deficit/pil si attesterà al 4,5% contro il 3,4% che si sarebbe registrato l’anno prossimo nello scenario “tendenziale”, cioè senza alcun nuovo intervento e senza, tra il resto, il rifinanziamento delle misure per alleviare il caro energia. La differenza, pari all’1,1% del pil, vale circa 21 miliardi di “spazio fiscale” in più con cui come è noto si finanzia parte della manovra da 35 miliardi. Ma non è lì che bisogna guardare, spiega Piga. “Significa solo che Meloni fa un po’ meno austerità rispetto a quanto avrebbe potuto. Quello che conta, come hanno notato anche gli economisti Giampaolo Galli e Veronica De Romanis che però ne danno una lettura positiva, è che nel 2022 quel rapporto è al 5,6%“. Portarlo al 4,5% significa dunque stringere i cordoni della borsa di altrettanto: oltre 20 miliardi. Riducendo le spese o aumentando le entrate, appunto.

Ed è proprio quello che farà la legge di Bilancio. “Se si guarda dentro due categorie importanti del bilancio dello Stato si scopre che a legislazione vigente (prima della manovra, ndr) i “redditi per lavoro dipendente”, cioè gli stipendi dei dipendenti pubblici, in valore assoluto restano costanti. Lo stesso vale per i “consumi intermedi”, cioè gli acquisti di beni e servizi: lì dentro ci sono i macchinari per la sanità, le manutenzioni stradali… Lasciarli costanti, con l’inflazione attuale, vuol dire tagliarli del 6% in termini reali”. E nella manovra, alla luce dei saldi visti sopra, nuove risorse per quelle voci non ce ne saranno. Non a caso, l’articolato prevede per gli statali, al posto del rinnovo dei contratti, un minuscolo contentino nella forma di un “emolumento accessorio una tantum“. Lo stanziamento è di un miliardo: ne usciranno pochi euro al mese a testa. “Oltre a questo ci sono 6 miliardi di maggiori entrate di cui ancora non conosciamo i dettagli”.

Per fare ulteriore cassa sono previste poi come è noto sforbiciate al reddito di cittadinanza e alla rivalutazione delle pensioni e 800 milioni di spending review. “Anche questa volta la spending si fa con i tagli lineari e senza alcuno sforzo per riqualificare la pubblica amministrazione”. Come dimostra, del resto, il nuovo congelamento degli stipendi pubblici: “Per trovare gli sprechi, come per fare bene gli appalti, occorre assumere bravi funzionari pagandoli molto bene per far concorrenza al privato, motivarli e utilizzarli per quella che all’estero chiamano “spend to save policy”: spendere per essere in grado di ridurre la spesa inutile causata da errori e incompetenza. L’Italia fa il contrario. Fa tagli lineari per poi spendere quel che si risparmia, considera la spesa per il capitale umano una spesa corrente da ridurre invece che un investimento. E continua a farlo anche il nuovo governo, che in questo modo perde l’occasione di sfruttare il suo primo anno di vita per cercare di invertire la rotta”.

Queste decisioni rendono ancora più complicato, continua l’economista, recuperare i ritardi accumulati sulla spesa dei fondi del Pnrr per colpa degli esecutivi precedenti. E aumentano la probabilità che i mancati investimenti peggiorino la recessione. “Quando avremmo potuto non abbiamo messo in piedi la macchina amministrativa necessaria”, commenta Piga. “Ora vedremo se la Ue accetterà la rinegoziazione. Il rischio è quello di dover recuperare in corsa affidandosi solo a grandi stazioni appaltanti come Consip e Invitalia e facendo gare enormi che favoriscono le multinazionali e tagliano fuori le pmi. Del resto la riforma del Codice appalti va in quella direzione: non c’è un euro per favorire la qualificazione delle stazioni più piccole”.

Tutto considerato, il giudizio complessivo sulla manovra è inevitabilmente negativo: “Si accetta di non crescere, ci si accontenta di diventare sempre più piccoli. Il Mef lavora come se fosse un ufficio studi, rinunciando a fare politica economica. Se la crescita andrà peggio del previsto il deficit/pil risulterà ovviamente più alto rispetto alle previsioni. E a quel punto cosa faremo? Altri tagli?”.

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