A sole cinque settimane dal 31 dicembre, data limite per l’approvazione della legge di Bilancio pena l’esercizio provvisorio, resta buio fitto su una parte importante delle fonti di finanziamento della manovra da 35 miliardi del governo Meloni. Il Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles giovedì sera si limita a descrivere a grandi linee le voci di uscita, mentre sulle entrate indica solo che il Tesoro si attende quasi 6 miliardi di generiche maggiori entrate e oltre 9 miliardi di minori spese. “Salta all’occhio che le coperture non sono definite”, nota Leonzio Rizzo, ordinario di Scienza delle Finanze all’università di Ferrara e collaboratore de lavoce.info. “Quasi metà della manovra è imputato a voci che ancora non si conoscono. Anche nel Dpb per il 2022 c’erano le voci “altre spese” e “altre entrate”, ma ammontavano a soli 600 milioni“. A cinque giorni dal consiglio dei ministri che ha approvato la legge di Bilancio, la quadratura dei numeri è ancora lontana. Le uniche voci di minor spesa di cui compaiono i dettagli sono quelle relative al taglio del reddito di cittadinanza e alla modifica del meccanismo di indicizzazione delle pensioni.

Il ritardo nell’invio del ddl di Bilancio alle Camere, va detto, non è da record: lo scorso anno il governo Draghi ci mise 13 giorni e la compressione del numero di giorni a disposizione del dibattito parlamentare è ormai una stortura consolidata. La differenza è che quest’anno i tempi erano già in partenza strettissimi a causa dell’avvicendamento a Palazzo Chigi. E nella bozza della manovra ora in circolazione molti articoli sono ancora in bianco. Dall’ennesima rivalutazione di beni e partecipazioni aziendali dovrebbe arrivare circa 1 miliardo, dalle maggiori accise sulle sigarette 138 milioni. Non ci sono però certezze sui proventi che deriveranno dal nuovo contributo straordinario sugli extraprofitti con base imponibile rinnovata e aliquota aumentata dal 25 al 35% e da mini balzelli come quello sulle criptovalute. Dal Dpb arriva la conferma che il lavoro al Mef per individuare le coperture è tutt’altro che finito.

Il primo dubbio è su come si muoverà il governo nei confronti delle aziende energetiche che hanno realizzato profitti extra per effetto dei rincari causati dalla guerra in Ucraina: il Mef ha completato le correzioni al contributo straordinario mal scritto dal precedente esecutivo – le operazioni straordinarie saranno escluse dal calcolo del maggior imponibile Iva e ne sarà consentita la deducibilità – che dovrebbero applicarsi al conguaglio da versare nel 2023, ma restano molti dubbi sul “contributo di solidarietà temporaneo” che varrà per l’anno prossimo. Di sicuro l’aliquota, che stando agli annunci salirà dal 25 al 35%, si applicherà agli utili come stabilito dal regolamento europeo in materia. Che però dispone anche di applicare il prelievo ai profitti che superano del 20% la media degli ultimi tre anni.

Il secondo giallo riguarda il deficit. Il documento firmato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce che “si è impiegata la maggior parte delle risorse disponibili, derivanti dal nuovo obiettivo previsto per l’indebitamento pubblico, per gli interventi a sostegno delle famiglie e delle imprese volti a contrastare il caro energia e l’aumento dell’inflazione“. Le misure per il caro energia sono concentrate nel primo trimestre del 2023, “in cui verranno dispiegate risorse pari a 21,6 miliardi”. Cifra che corrisponde all’1,1% di deficit/pil aggiuntivo indicato nella Nadef, che però non corrisponde – spiega Rizzo – a quello che compare nella tabella del Dpb, fermo allo 0,55%. “Forse il governo si riserva di spendere altre risorse in corso d’anno, dopo aver valutato se serviranno altri interventi per calmierare le bollette”.

Per il resto, continua il Tesoro, “la legge di Bilancio per il 2023 contiene anche numerose misure di politica economica coerenti con la strategia di medio termine del governo”: non ci sono spiegazioni ma – in assenza di interventi davvero originali – il riferimento è probabilmente ad ampliamento della flat tax e dell’assegno unico e quota 103. Misure che stando al Dpb sono “dotate di autonoma copertura” e “non impatteranno negativamente sull’indebitamento netto”. In linea con quanto annunciato dalla premier nei giorni scorsi, dunque, ogni misura dovrebbe essere compensata con più entrate o minori spese nello stesso ambito. Ma i dettagli restano fumosi.

Dai condoni, in particolare il nuovo stralcio delle cartelle sotto i 1000 euro notificate tra il 2000 e il 2015 e la definizione agevolata senza interessi né sanzioni per quelle notificate dal gennaio 2000 al giugno 2022, come previsto non derivano entrate bensì un ammanco per le casse pubbliche quantificato in circa 1 miliardo nel 2023. Dov’è allora che si fa cassa? Come è noto, il governo taglierà di circa 700 milioni gli stanziamenti per il reddito di cittadinanza riducendo da 12 a 8 mesi l’erogazione dell’assegno a quelli che definisce “nuclei costituiti da persone abili al lavoro (con esclusione di nuclei al cui interno vi siano persone con disabilità, minorenni o persone con almeno sessant’anni di età)”, tra le perplessità degli addetti ai lavori secondo cui i presunti percettori “occupabili” lo sono solo sulla carta. E spenderà meno del previsto per l’aumento degli assegni previdenziali. Il risparmio per le casse pubbliche è di circa 1,5 miliardi, mentre i pensionati con trattamenti superiori a 2.100 euro al mese, come lamentato dai sindacati, perderanno in media 100 euro di incremento mensile.

Intanto, mentre i medici si preparano a scendere in piazza perché considerano insufficienti le risorse stanziate per la sanità, sul fronte del pubblico impiego la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti e i segretari generali di Fp Cgil e Flc Cgil Serena Sorrentino e Francesco Sinopoli segnalano che dalle bozze “emerge con chiarezza l’assenza dello stanziamento di risorse per i rinnovi contrattuali del triennio 2022 – 2024 e la previsione di una ancora non quantificata indennità di vacanza contrattuale”.

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