A partire dal 2008 il Black Friday è il giorno in cui gli Stati Uniti celebrano anche “The Native American Heritage“. Questa giornata nasce per ricordare le atrocità inflitte ai nativi americani, che sono alla base della nascita stessa degli Stati Uniti. Si tratta di una ricorrenza controversa, celebrata il giorno seguente il Giorno del Ringraziamento, festa di matrice “cristiana” che dal 1676 celebra la buona sorte e la vittoria contro gli “indigeni pagani”. In bilico tra politically correct e ataviche contraddizioni a stelle e strisce, è quanto mai attuale il dibattito sul come conservare, rivitalizzare e reintegrare la cultura dei nativi americani in quella statunitense. Ma il problema del multiculturalismo nelle Democrazie contemporanee non può essere risolto con le sempre più numerose e sterili “giornate” a tema. La vera sfida, non solo americana, sembra sempre più il riuscire a creare una inedita, condivisa e universale cultura, ovvero quel melting pot culturale di cui si sente sempre parlare a livello teorico.

La straordinaria collezione d’arte di Benita Olinger Potters a New York è un esempio di qualcosa di concreto che va in questa direzione. E’ la storia di chi ha deciso di non stare a guardare e di fare qualcosa per realizzare una vera riappacificazione storica fondamentale per costruire un futuro diverso e migliore. Benita appartiene a una famiglia di spicco della comunità dei nativi americani “Agua Caliente Band of Cahuilla Indians“. Dieci anni fa scopre per caso che sua nonna, Juana Saturnino Hatchitt, era stata un’eroina della sua comunità e che si era battuta negli anni ’30 per la difesa – anche economica – della sua tribù. Nessun membro della famiglia conosceva però questa storia, complice senz’altro anche il fatto che la protagonista fosse donna. Benita dopo lunghe ricerche scopre così che la nonna era stata una testimone chiave nell’udienza (HR 5297 del 14 aprile 1937) del Congresso a favore della difesa delle terre degli indiani. Non solo, scopre anche che la nonna era stata essa stessa vittima di enormi violenze: nel 1900, all’età di 5 anni, era stata strappata dalla sua famiglia e obbligata fino all’età di 19 anni a vivere presso lo Sherman Institute (in California): uno dei “collegi” in cui bambini nativi americani provenienti da tutto il Paese erano “educati” all’occidentale, senza poter studiare né preservare la propria lingua né le proprie tradizioni, obbligati a lavori umili domestici o agricoli.

Incontrata in un “viaggio d’arte” a Milano, alla mostra di Stefano Cescon alla Galleria Gaggenau, Benita ci ha raccontato la sua storia, cominciando a raccontarci della nonna: “Mia nonna era amorevole, gentile e aveva sempre tempo per noi bambini” Ma, aggiunge, “abbiamo dato tutti per scontato, per pudore o per non soffrire troppo, l’origine della nostra famiglia e della nostra tribù. Com’è possibile che non mi sia mai venuto in mente di farle domande al riguardo? Ora è troppo tardi.” Il senso di colpa per questo silenzio, lo shock per l’ingiustizia e la tragedia vissuta da sua nonna fece maturare in Benita la volontà di reagire: “Il rischio che una millenaria cultura vada scomparendo è una dramma per il mondo intero. E’ un dovere generazionale combattere per la memoria e rendere attuale il ricordo: il passato va fatto perciò rivivere nel presente, anche nell’arte contemporanea”. Benita ha perciò trasformato la sua collezione, fino ad allora eterogenea e borghese, in un incubatore di nuova arte e cultura. In dieci anni ha raccolto decine di opere realizzate da artiste donne native americane, tra cui Shan Goshorn, Meryl McMaster, Julie Buffalohead, Sarah Sense, Holly Wilson, Cara Romero.

La nuova collezione prende il via da un progetto commissionato a Shan Goshorn intitolato “Forza dei nostri antenati”. L’opera celebra il ricordo della nonna della collezionista. “Si tratta di un cesto ispirato a quelli tradizionali Cherokee.” spiega Benita “L’artista ha intrecciato fotografie di mia nonna con la documentazione del dramma vissuto da mia nonna: mi ha fatto riflettere che il primo documento esistente sull’esistenza di mia nonna sia il censimento del 1900 in cui si attesta proprio che era nel “collegio-prigione”. Non volevo però che l’opera fosse la commemorazione di un dramma privato e collettivo. Ho quindi voluto far inserire nell’opera anche il riscatto di questa grande donna: l’opera è così stata completata attraverso l’intreccio della trascrizione della deposizione al Congresso del 1937. Il risultato è un’opera importante che mi ha aiutato a riflettere sul bisogno di riappacificarsi con il passato per ri-pensare al futuro”.

Dopo questa opera quasi catartica, la collezione di Benita si è sviluppata in un modo tradizionale attraverso l’acquisizione di opere in fiere e gallerie. Nelle opere di queste donne native americane ricorre spesso l’intreccio, tipico di tutta la cultura dei nativi americani, che assurge a simbolo e metafora dell’unione tra passato e presente, e tra culture solo all’apparenza diverse. In particolare le opere fotografiche di Sarah Sense della serie “Donegal Trail” denunciano gli effetti del colonialismo e dello sfruttamento capitalista che portò i nativi americani nel 1847 a solidarizzare con gli irlandesi che stavano soffrendo a migliaia di chilometri le tremende conseguenze di una grave carestia. Altro grande protagonista delle opere in collezione è il rapporto tra uomo-natura protagonista delle chine acquerellate di Julie Buffalohead e degli scatti fotografici di Meryl McMaster “From a Still Unquiet Place” e di Cara Romero “Evolvers”.

Dall’analisi di queste opere, appare chiaro come l’arte sia stata non tanto una questione di scelta personale, quanto il frutto di un’aspirazione etico-sociale della collezionista. Benita ha guardato oltre al proprio dramma personale, è andata oltre la ricostruzione della propria identità, sostenendo giovani donne che con la propria arte salvaguardano ogni giorno una storia e un’identità millenaria in via d’estinzione. Una cultura, quella dei nativi americani, così importante e attuale in un’ottica di sostenibilità: le opere raccontano così il senso di appartenenza al mondo e il trasversale rispetto gli altri: quella compassione, di cui parlava un secolo fa Rosa Luxemburg, nei confronti della natura, di chi soffre e di chi ci vive accanto come a migliaia di chilometri. Benita spiega chiaramente questa volontà: “la mia collezione riflette sull’identità e per farlo parte dalla Storia. Del resto, io stessa non sono una purosangue: mia madre era una nativa americana mentre mio padre era inglese. Rendere il passato presente per me è ancora più importante. Il pluriculturalismo non vuol dire non conoscere o dimenticare: vuol dire aggiungere voce e spirito al futuro. La Storia non è qualcosa di estraneo a noi, siamo noi la Storia. Ovviamente io sono il frutto di un passato doloroso da cui sono dovuta partire, ma tutti abbiamo un passato che va compreso per capire chi siamo e chi potremo essere. I miei figli e nipoti conoscono la loro genealogia e cerco di raccontare più storie del passato che posso, anche con le opere della mia collezione, che prima o poi entreranno nelle loro case. In fondo non si finisce mai di raccontare e ragionare su chi si è veramente”.

Articolo di Sabino Maria Frassà

Articolo Precedente

I numeri di Kobo danno un più 62% di lettori digitali. E Tik Tok ha giocato un ruolo centrale

next
Articolo Successivo

Egitto, si è spento Bahaa Taher: i suoi personaggi in lotta contro una società disertata dall’amore

next