Roma, 2 gen (Adnkronos) - La "seconda metà di marzo'' resta il periodo più plausibile per tenere il referendum sulla separazione delle carriere e il Csm, come ha spiegato oggi il ministro della Giustizia Carlo Nordio. In attesa della decisione definitiva da parte del Cdm gli occhi restano puntati principalmente sul week end a cavallo di domenica 22 marzo. Con l'alternativa del 15, visto che il 29 è la domenica delle Palme. Escluso comunque l'inizio di aprile, con Pasqua il 5 e la Pesach ebraica dal 2 al 9.
Il referendum che si terrà sulla giustizia è di tipo confermativo, di quelli disciplinati dall'articolo 138 della Costituzione che riguardano esclusivamente le leggi costituzionali o di revisione costituzionale. La principale caratteristica di questi quesiti è che non è previsto un quorum per la validità: qualunque sia il numero dei votanti che si recano alle urne, l'esito della consultazione è comunque valido. Nel nostro Paese sono quattro i precedenti di questo tipo. Il primo è quello del 7 ottobre 2001 per confermare o meno la riforma del Titolo V della Costituzione approvata dall'allora centrosinistra. Passò con il 64,2% dei sì (e una affluenza del 34%).
La seconda volta fu quella del 25-26 giugno 2006, quando nelle urne referendarie finì la riforma costituzionale dell'allora centrodestra, con al centro la devolution: no dal 61% dei votanti (un 52% degli aventi diritto). La terza è, forse, la più celebre se non altro per i suoi effetti politici: il 4 dicembre del 2016 si votò sulla riforma Renzi-Boschi, quella che voleva chiudere il Senato: la riforma fu bocciata con il 59,11% di no (con affluenza record del 69%) 'spingendo' Matteo Renzi fuori da palazzo Chigi, con le dimissioni da premier.
(Adnkronos) - Il quarto voto confermativo fu quello del 20 settembre 2020 sul taglio dei parlamentari promosso dal M5s: sì al 69,96% (con affluenza del 51,12%). Per i quattro referendum confermativi tenuti in Italia sino ad oggi il calendario è stato ampiamente saccheggiato: ottobre, giugno, dicembre, settembre. Ma la data del voto, in passato, ha sempre acceso il confronto. E anche in questa occasione la discussione sulla scelta del giorno delle urne è stata accesa. Il governo, come è noto, ha messo la pratica in 'stand by' anche in attesa dell'esito della raccolta delle firme per il referendum popolare promossa tra gli altri dai partiti di opposizione.
Nel caso di quesiti di tipo abrogativi (diversi da quelli che si terranno in questo 2026) la legge prevede una finestra tra il 15 aprile e il 15 giugno, che però è stata derogata in due occasioni: nell'87 a causa di elezioni anticipate si votò a novembre (sul nucleare) e nel 2009 per l'abbinamento con le amministrative a giugno (sulla legge elettorale). Ma nella storia referendaria l'episodio più famoso legato alla data delle urne resta il celebre "andate al mare" di Bettino Craxi per il quesito sulla preferenza unica promosso da Mario Segni.
Allora si votava a il 9 giugno e il consiglio del leader socialista (contrario alla consultazione) non venne accolto dagli italiani: il referendum passò (97% i sì, quasi 27mln alle urne) e la Prima Repubblica iniziò a sgretolarsi. Giugno resta, in generale, il mese referendario per eccellenza. Su 19 tornate di questo tipo, 12 si sono tenute a giugno. Tre a maggio, tre ad aprile e una a novembre. Numeri alla mano, la chiamata alle urne a giugno non ha avuto sempre un effetto positivo sull’affluenza, specie rispetto ai voti in maggio o in aprile. Ma da questo punto di vista molto ha sempre contato l'abbinamento con le varie tornate elettorali, che da sempre ha un effetto positivo sulla partecipazione.