di Bartolo Mancuso*

Durante la campagna elettorale abbiamo sentito Enrico Letta parlare di “superare il Jobs act”, una frase buona per attaccare Renzi e strizzare l’occhio all’elettorato di sinistra. Nuovamente si è scelto uno slogan vuoto, perché “superare” non vuol dire nulla.

In Italia, sul lavoro, servirebbero tante cose. Ma, anzitutto, servirebbe una presa di posizione netta, di quelle che se sei un liberista ti scandalizzi, se sei la Confindustria ti arrabbi. Eccone una, che non sentiremo dire a Letta: prevedere la reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore licenziato ingiustamente, come prevedeva la formulazione originaria dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori.

L’art. 18, oltre a una conquista fondamentale del movimento operaio, ha rappresentato un argine simbolico fondamentale. E i simboli sono importanti. Lo hanno dimenticato in tanti a sinistra, ma a destra lo hanno chiaro. Quando per la prima volta, nel 2001, Berlusconi mise in discussione l’art. 18, l’attacco era minimo, simbolico appunto. Si proponeva la sospensione per quattro anni dell’articolo 18 in tre casi: contratti a tempo determinato trasformati in tempo indeterminato, lavoratori emersi dal sommerso e imprese che vogliono superare la soglia dei 15 dipendenti. Apriti cielo: 3 milioni di persone in piazza, io c’ero, eravamo davvero tanti, solo contro la guerra permanente ho visto un tale fiume in piena.

La storia seguente è nota. La destra è rimasta la stessa. Mentre la sinistra, da tempo traballante, ha definitivamente dimenticato che sui simboli non si transige, neanche un po’. Così sono arrivati i ritocchi, e nel 2012 la legge Fornero (che prende il nome dalla ministra del governo Monti sostenuto un po’ da tutti) modifica l’art. 18. Una norma chiara e sintetica è diventata lunga e complicata, con l’effetto di trasformare la reintegrazione da regola a eccezione. Faccio un esempio: per il nuovo articolo 18 se un lavoratore viene licenziato per giusta causa, ovverosia è accusato di un inadempimento grave, il giudice, se riconosce la ragione del lavoratore, annulla il licenziamento accordando però solo un risarcimento di massimo 24 mesi di retribuzione. Solo se annulla “per insussistenza del fatto contestato” allora il lavoratore vince la reintegra. Immagino che a un lettore comune sfugga la differenza. Credete, sfugge anche a me. Ma è chiaro il punto politico: occorreva scalfire lo scudo che dava ai lavoratori forza concreta e simbolica.

Tolto l’argine il fiume ha straripato. Questo è il Jobs act, un’inondazione. La pillola è stata indorata anche in questo caso: si applica agli assunti dopo il 2015, si inventa una formula di copertura, “contratto a tutele crescenti”, la retorica renziana si concentrerà sull’obiettivo di aumentare i contratti a tempo indeterminato (che però avviene grazie alla decontribuzione). Ma la verità è che il Partito Democratico ha eliminato la reintegrazione nel posto di lavoro dei lavoratori licenziati ingiustamente. Punto e basta. Noi avvocati, i sindacalisti in buona fede, i lavoratori che non mollano, tutti ci siamo battuti e ci stiamo combattendo per ridurre il danno. Fortunatamente il sistema presenta ancora degli anticorpi e la Corte Costituzionale, intervenendo diverse volte, ha sancito la illegittimità costituzionale di alcune parti odiose della disciplina.

Infine quest’estate (sentenza 183 del 22 luglio 2022), chiamata per l’ennesima volta a pronunciarsi, la Corte Costituzionale ha proprio alzato gli occhi al cielo, invocando un intervento del legislatore. Il monito è chiaro: “la materia, frutto di interventi normativi stratificati, non può che essere rivista in termini complessivi, che investano sia i criteri distintivi tra i regimi applicabili ai diversi datori di lavoro, sia la funzione dissuasiva dei rimedi previsti per le disparate fattispecie”.

Il Jobs act non è più di moda, bene. Ma non basta un ritocco. Occorre ricucire la ferita, invertire la tendenza. Sono consapevole che il contesto politico non va in questa direzione, ma questo non può esimerci dal prendere posizione.

*Sono nato in Sicilia nel ’78 e vi sono rimasto fino alla laurea in Giurisprudenza. Sono un avvocato e mi occupo della difesa dei lavoratori e delle lavoratrici

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