Mentre giunge agli sgoccioli questa campagna elettorale, la più loffia a memoria d’uomo per incapacità di esprimere qualcosa di nuovo, visto che tali non sono il pretino Letta e l’invecchiata passionaria del Fronte della Gioventù Meloni, il calcio si riconferma la vera metafora del sedicente bel paese. Soprattutto nella sua più iconica protagonista: la Juventus, ossia l’espressione di un pensiero pallonaro giurassico, a fronte di un’Italia che non riesce a evolvere in materia di governo dallo schema puerile dell’uomo della provvidenza; il demiurgo per soluzioni miracolistiche, stavolta incarnato nel migliore dei migliori, l’algido banchiere Mario Draghi, variazione sul tema di una genia – grosso modo – da Benito Mussolini a Silvio Berlusconi, passando per Bettino Craxi.

Esatto pendant – in quanto a ricerca dell’escamotage de-responsabilizzante – del pensiero-guida nel mondo pallonaro dagli anni Cinquanta, quando mister si chiamavano Nereo Rocco ed Helenio Herrera, custodi di un gioco sparagnino in cui la squadra era un forte Apache attorno ai cosiddetti “battitori liberi” – Armando Picchi e Saul Malatrasi – e le partite si vincevano facendo un golletto da difendere con il coltello tra i denti fino al fischio finale. Intellettuale organico di questa fede e uomo di potere nelle redazioni era l’osannato guru della stampa sportiva Gianni Brera, teorico di quello che definiva “un calcio femmina”.

Tesi incomprensibile come la sua scrittura vernacolare, padana ante Lega. Per dire, ricordo un lunedì milanese degli anni Settanta in cui mi trovavo dietro Melchiorre Gioia nella stamperia de il Giorno, il quotidiano di Brera, in cui i tipografi stavano leggendo avidamente la pagina sportiva del concorrente Corriere della Sera. Al mio scherzoso rimbrotto di essere dei traditori, la risposta fu “sì, ma almeno sappiamo cosa era successo nella partita di ieri”. Mutatis mutandis, di giustificazionisti di stampo breriamo ne abbondano anche nell’analisi politica nostrana: dai Paolo Mieli agli Ernesto Galli della Loggia, a praticamente ormai tutti i commentatori della grande stampa, accomunati nel promuovere variazioni sul tema del gattopardismo nazionale sub specie aeternitatis e del potere come negoziazione ininterrotta nel club trasversale degli habitué.

Preclaro concetto, che tradotto nel rettangolo di gioco si declina nella costruzione di una squadra finalizzata non a giocare bene ma a vincere. E lo si ottiene facendo incetta di grandi giocatori che assicurino un’adeguata messe di gol e poi vada come vada. Per questo prendersela con Massimiliano Allegri, personaggio supponente e compiaciuto, è sostanzialmente ingiusto: fa quello che la proprietà si attende da lui. Ossia il gestore di uno spogliatoio che risponde alle logiche borsistiche di una dirigenza priva di cultura calcistica (di cui se ne frega altamente) quanto attenta al presidio padronale. Nel caso specifico, il ruolo della squadra di calcio come “panem et circenses” per distrarre le masse tifose dalle operazioni speculative della famiglia proprietaria, impegnata a fare finanza liquidizzando il proprio patrimonio industriale.

Ma i corifei del potere – in questo caso calcistico – davanti alla crisi juventina continueranno a depistare l’attenzione da tali responsabilità prioritarie parlando di mancanza di concentrazione e – al limite – di responsabilità del trainer: un bravo politicante perfettamente funzionale agli ordini superiori; i cui interessi di immagine e azionari presuppongono l’acquisto di giocatori “usato sicuro”, che non assicurano nessun apporto all’idea di creare un movimento. Ossia la rivoluzione in atto nel calcio mondiale che va imponendosi da decenni, magari da quando il trainer del Brasile campione 1958 – Vicente Feola – metteva in campo terzini come Dyalma e Nilton Santos che andavano all’attacco per tutta la partita.

E quando qualcuno gli chiedeva se non ci fosse il rischio di prendere un gol, lui rispondeva “l’importante è farne subito due”. Un fenomeno che divenne pensiero negli anni Settanta con gli Orange olandesi, il loro guru Rinus Michels e il campione assoluto Johan Cruijff; poi trasformatosi a Barcellona in uno straordinario maestro di innovazione calcistica. I cui apostoli oggi sono gli osannati Pep Guardiola e Jürgen Klopp, i bistrattati Thomas Tuchel e Marcelo el loco Bielsa. Tra gli italiani aggiungerei Giampiero Gasperini, maestro di gioco e di tecnica; non a caso fatto subito fuori da Massimo Moratti quando arrivò all’Inter. Perché i padroni vogliono yes men, come Allegri o Simone camomilla Inzaghi, che non disturbano il manovratore. Preposti a tener buona la tifoseria, come questa politica ha il solo scopo di tenere a bada l’elettorato. E farsi gli affaracci propri.

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