di Mario Pomini*

Gli imprenditori italiani non si smentiscono mai e confermano la tesi che il loro comporta-mento è guidato da una doppia morale opportunistica, quella di socializzare le perdite e di privatizzare i profitti, come si sarebbe detto qualche tempo fa. In caso contrario non si può spiegare come mai Confindustria sia stata così ostile nei confronti della tassazione degli extra–profitti delle imprese energetiche, e invece abbia alzato così tanto la voce per chiedere dei sussidi energetici per tutte le imprese, minacciando addirittura la chiusura degli impianti.

Per influenzare anche in maniera più plateale l’opinione pubblica, il suo giornale sta pubblicando a puntate le foto delle nuove bollette delle imprese, bollette salatissime come peraltro c’era da aspettarsi. Non pubblica però le nuove bollette delle famiglie, egualmente orribili. Evidentemente Confindustria ritiene la tassazione dei profitti bellici una indebita ingerenza dello Stato nella vita delle imprese, mentre la richiesta di sussidi sarebbe pienamente legittima a causa della loro rilevanza sociale. Eppure, extra-profitti delle imprese, non solo energetiche, e richiesta di sussidi per calmierare i costi energetici sono due facce della stessa medaglia, la truce economia di guerra. Questa doppia morale appare poco comprensibile, soprattutto nei confronti dei gravi problemi odierni.

La richiesta di Confindustria di miliardari bonus energetici per le imprese è accompagnata poi dalla vibrante minaccia della serrata, uno strumento che si pensava d’altri tempi, e cioè della chiusura, non si sa se provvisoria o definitiva, di molte attività produttive. Per molte imprese pare sia più conveniente chiudere per un certo periodo l’attività, con costi a carico dello Stato, piuttosto che continuare la produzione. Ma questo non è il modo normale del funzionamento del capitalismo.

Di fronte a costi crescenti, l’impresa in genere risponde aumentando i prezzi finali per mantenere costanti i margini di profitto. Confindustria però pensa che questa strada, che è quella normale, non sia percorribile per non perdere quote di mercato. Ragionamento interessante, se non fosse che anche i nostri partner commerciali europei e internazionali stanno sperimentando un eguale tasso di inflazione. La marea si sta alzando per tutti, anche se con velocità differenti. Quindi l’argomentazione della perdita delle quote di mercato non appare del tutto azzeccata, anche se in certi settori può essere effettivamente reale. Molto più conveniente scaricare i costi della guerra sulla finanza pubblica.

Ecco allora che il mondo delle imprese propone un lockdown inverso rispetto a quello della pandemia. Due anni fa lo Stato ha imposto la chiusura degli stabilimenti per frenare la pandemia, con oneri a suo carico. Oggi, le imprese vorrebbero fare lo stesso, con lo Stato come parte passiva e pagante. In ogni caso, Confindustria ha deciso di scaricare l’onere energetico sulle casse pubbliche: o sussidi energetici diretti o cassa integrazione, nella speranza che il ricatto del lavoro muova prima l’opinione pubblica e poi il Parlamento.

C’erano altre strade percorribili per contenere l’inflazione energetica? Probabilmente sì. Una prima via poteva essere quella di chiedere formalmente al governo di arrivare ad una definizione più realistica del prezzo del gas e della corrente elettrica, oggi del tutto impazziti. Non si capisce perché in Italia il prezzo dell’energia elettrica sia legato a quello del gas che contribuisce solo per il 40% al fabbisogno energetico nazionale. Questa distorsione crea gli extra-profitti che anche Confindustria dovrebbe combattere in quanto lesivi del mercato. Confindustria ha potenti risorse intellettuali e può benissimo dare un contributo di idee in questa direzione. Certo che chiedere sussidi è più facile e politicamente più neutrale.

Una soluzione più lungimirante per gli imprenditori potrebbe essere quella di chiedere una seria politica dei redditi per ripartire i costi presenti e futuri del conflitto bellico indiretto in cui siamo impantanati. È chiaro infatti che se anche la guerra cessasse domani, le sue conseguenze economiche si protrarranno per diversi anni. Ecco allora che i tre grandi attori della politica economica, imprese, sindacato e Stato devono prima o poi dialogare tra di loro e trovare, se possibile, un’intesa per ripartire in maniera razionale, e magari anche equa, i sacrifici imposti dalla guerra. Un accordo accettabile tra le parti può fugare, anche se non eliminare, le molte nubi all’orizzonte.

Per fare un semplice esempio, in questa ottica non sarebbe impossibile trovare subito qualche decina di miliardi per sostenere le bollette delle imprese e delle famiglie. In primo luogo, lo Stato potrebbe posticipare di un anno l’attuazione delle misure fiscali a favore dei contribuenti generosa-mente previste dal governo Draghi. La sua riformetta fiscale ha ridotto le tasse di 6 miliardi per i redditi medio-alti e di un miliardo per le partite Iva. Soldi già contabilizzati che a questo punto devono essere dirottati altrove.

Un’altra decina di miliardi deriva automaticamente dal fiscal drag delle imposte indirette trainate dall’aumento dei prezzi, somma che dovrebbe essere automaticamente dirottata alla riduzione dei costi energetici. Inoltre, anche la tassazione degli extra-profitti, se resa più incisiva ed estesa, può dare un contributo molto maggiore. Come non notare, tanto per fare un esempio, che l’utile Armani per il 2021 è stato del 43% più elevato rispetto al periodo pre Covid?

Insomma, se si vuole, risorse importanti possono essere recuperate senza disastrosi scostamenti di bilancio e senza la minaccia di serrate che mostrano solo il lato parassitario del capitalismo italiano che può fare certamente di più che battere cassa, anche perché la cassa è ormai vuota.

*Professore associato di Economia Politica, Padova

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