di Mario Pomini*

Il tema degli extra profitti, con un certo ritardo, ha cominciato ad attirare l’attenzione anche a casa nostra. Questi profitti straordinari non si sono formati solo oggi con la rendita energetica, ma si sono accumulati anche nell’anno del lockdown in altri settori dell’economia, per lo più legati ai servizi, come qualcuno ha già osservato (per esempio Giuseppe Conte, leader del M5s). Al di là di ogni querelle semantica, gli extra profitti sono tali perché non legati all’attività ordinaria dell’impresa, scaturendo da eventi eccezionali e non ripetibili. Se poi tali eventi creano enormi costi sociali, ma sovraprofitti per alcuni settori economici, come la pandemia per il settore farmaceutico o assicurativo, oppure la crisi energetica innescata dalla guerra, si capisce bene che vi sono solidi motivi morali per intervenire con un aumento specifico della pressione fiscale. Verrebbe da dire, extra profitti non meritati e dunque extra tasse a sostegno dell’intervento pubblico compensativo.

Su una strada simile, per esempio, si è mossa per tempo la Gran Bretagna che per sostenere i costi della pandemia ha aumentato l’imposta sulle società ancora un anno fa. Questo aumento che alzerà l’aliquota sugli utili dal 19% al 25% scatterà solo dal 2023, e porterà nelle casse dello Stato circa 20 miliardi l’anno. Non si tratta di una tassazione degli extra profitti ma di un aggravio delle tasse per gli azionisti a causa delle spese per contrastare la pandemia. A maggior ragione è pienamente giustificabile una tassazione aggiuntiva sugli extra profitti.

Con gli extra profitti una prima questione che si pone è la loro esatta definizione. Il governo italiano ha scelto la strada della tassazione della variazione delle operazioni attive e passive delle società energetiche. Scelta non molto felice che ha aperto la strada a molti ricorsi amministrativi. La fonte di questi extra profitti nel settore energetico è ben nota. Tutte le imprese che producono energia vengono remunerate sulla base del prezzo del gas e non del loro effettivo costo di produzione. Poiché quest’ultimo ha raggiunti valori stellari, in tutti gli altri settori come quello petrolifero, delle energie rinnovabili e del settore idrico si stanno formando rendite notevolissime. Magari, invece di pensare a fissare un prezzo massimo del gas, progetto alquanto velleitario a livello internazionale, l’Ue potrebbe darsi delle regole differenti e più realistiche per fissare il prezzo dell’energia elettrica. Per avere un’idea delle cifre in gioco, basti pensare che l’utile netto dell’Eni, la nostra corporation del petrolio, è passato da 1 miliardo nel primo trimestre del 2021 a 4 miliardi nel primo trimestre del 2022. Un altro gigante del mercato petrolifero, Exxon Mobil, ha ottenuto profitti per 18 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2022, e solo 5 miliardi nello stesso periodo dell’anno prima. E così via. In definitiva, i settori energetici hanno fatto enormi profitti grazie al caro bolletta.

Una domanda sorge spontanea: dove va a finire questa improvvisa ed enorme liquidità aziendale? La risposta ci offre una seconda linea di ragionamento in favore di una forte tassazione di queste rendite. Una parte molto rilevante degli extra profitti viene utilizzata dall’imprese non per scopi produttivi, come uno potrebbe immaginare, ma semplicemente per riacquistare le proprie azioni. Questi profitti non sono indirizzati al miglioramento dell’attività produttiva, oppure destinati ad una riduzione dei costi per i consumatori, ma finiscono nelle tasche degli azionisti, cioè nelle secche del capitalismo finanziario. Il riacquisto di azioni proprie è una pratica finanziaria da sempre discutibile perché riduce il capitale sociale e quindi dovremmo trovarla raramente. Invece è diventata una delle caratteristiche principali (e negative) del capitalismo finanziario americano, ora diffusasi anche in Europa. Per fare alcuni esempi, nel settore assicurativo europeo è previsto un buyback di 4 miliardi di euro, con le nostre Generali che si ricompreranno azioni per 500 milioni di euro. Eni ha in programma un riacquisto di azioni entro il prossimo anno pari a 2,4 miliardi di euro (contro una tassa sugli extra profitti di 1,4 milioni di euro). Unicredit vuole ricomprarsi azioni per 1,5 miliardi di euro. E l’elenco potrebbe continuare.

Perché questa deleteria moda finanziaria? Le ragioni sono molteplici, ma due sono prevalenti. La prima è che in questo modo si sostiene il corso delle azioni, cioè il loro prezzo. Si tratta sostanzialmente di cosmesi finanziaria visto che l’operazione è gestita dalla stessa società che utilizza a questo scopo i suoi utili. Un po’ come il barone di Münchhausen che si salvava dalla palude afferrandosi al suo codino. Però la finanza, sia nostrana che internazionale, ama molto questi paradossi che una persona normale giudicherebbe irrazionali. Dall’altro ci sono dei grandi vantaggi economici sia per i dirigenti, che potranno vantare corposi bonus, sia per azionisti che vedranno aumentare la loro ricchezza finanziaria, che sarà tra l’altro tassata con un’aliquota più bassa rispetto all’Irpef ordinaria. In breve le crisi, sanitaria prima ed energetica dopo, vanno ad alimentare il capitalismo finanziario e non l’attività produttiva con un grande spreco di risorse a beneficio di pochi. Il tutto sulle spalle dei cittadini.

Si può fermare questo carosello finanziario improduttivo oltre che immorale? Ci sta provando il Presidente americano Joe Biden che nella recente legge sull’Inflation Reduction Act ha inserito una tassa dell’1% sul riacquisto di azioni proprie. Un piccolissimo passo nella giusta direzione, che peraltro non ha spaventato, come era prevedibile, nessuno. L’Europa che non ha la stessa vocazione parassitaria della finanza Usa può fare molto di più introducendo una tassazione più robusta (ora ferma al 26%). Le calamità della società non devono trasformarsi in inaspettati guadagni per quel 20% degli italiani che possiede la ricchezza finanziaria del nostro Paese. Per mettere un freno a questi comportamenti opportunistici basterebbe portare l’aliquota di tali operazioni a quella più alta dell’Irpef, cioè al 43%. Per fare questo non servirebbe una grande riforma fiscale ma due righe inserite in qualche decreto. E ancora così la società avrebbe intercettato solo una piccola fetta degli extra profitti, che appunto perché sono extra, e generati da eventi distruttivi per la società, dovrebbero essere di tutti.

*Prof. associato di Economia politica, Padova

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