In questa campagna elettorale d’agosto si parla tanto di alleanze e poco di programmi. In tutto ciò, Carlo Calenda guadagna in notorietà, Enrico Letta colleziona figuracce, la destra ringrazia e il M5S cerca un’identità convincente per Giuseppe Conte.

Iniziamo da Carlo Calenda, il leader che a mio avviso si sta muovendo meglio. Ha dimostrato già a Roma, durante le amministrative, di conoscere le dinamiche della comunicazione e di saperle sfruttare a suo vantaggio. Il suo tira e molla col Pd non viene visto come un tentativo di accaparrarsi più seggi possibile, ma come la difesa coerente dei propri princìpi. Calenda infatti è stato chiaro fin dall’inizio: no al M5S, a Di Maio, Fratoianni e Bonelli. Ovvero a chi la pensa diversamente da lui sull’agenda Draghi, i termovalorizzatori, i rigassificatori, il Reddito di cittadinanza, la Nato e tutto il resto.

Come un lottatore di judo, Calenda ha saputo sfruttare il peso dell’avversario (il Pd) a proprio vantaggio. Ha tirato alla lunga la trattativa coi dem, portando tutti i media a parlare di lui, fino a sciogliere la riserva una settimana fa. In questo modo ha conquistato le prime pagine di tutti i giornali: “siglato l’accordo fra Pd e Azione”. Oggi è nuovamente protagonista sulla stampa, dopo lo strappo. Chi ci perde, sotto tutti i punti di vista – seggi, credibilità, intenzioni di voto – è il Pd di Letta. Parla solo di alleanze, si fa portare a spasso da piccoli partiti, non ha un programma elettorale definito.

Il centrodestra è l’unico ad aver iniziato veramente la propria campagna elettorale. L’accordo è stato rapido: chi prende un voto in più esprime il nome per la premiership. Giorgia Meloni e Matteo Salvini continuano il lavoro mai interrotto, sui social e in tv, sui loro temi: immigrazione, sicurezza, tasse.

La novità di cui vale la pena parlare è la svolta social di Silvio Berlusconi. Il presidente di Forza Italia lancia una rubrica video sui social network in cui illustra il programma elettorale. “Una pillola al giorno leva il medico di torno. Una pillola al giorno del nostro programma dovrebbe levare i signori della sinistra di torno”, spiega Berlusconi. Finora ha parlato solo di tasse: sì alla flat tax, no alla patrimoniale. La svolta però è solo a metà. I video sono i soliti, di stampo puramente televisivo, con scenografia e script. Non è possibile distinguerli da quelli relativi alle interviste televisive, pubblicati sugli stessi account.

La difficoltà che Berlusconi ha sempre avuto nella comunicazione online non è dettata dall’età. Il 70enne Jean-Luc Mélenchon usa i social con disinvoltura, come abbiamo visto dalla sua rubrica Allo Mélenchon. È più una questione culturale. È abbastanza comprensibile che il padre della tv privata in Italia sia legato a quel modello di comunicazione.

Il Movimento 5 stelle dopo aver affrontato una partenza in affanno, a causa della trattativa logorante col Pd, ha iniziato a parlare di programmi. Si parte dalla lettera a Mario Draghi, in particolare col salario minimo, la difesa del Reddito di cittadinanza e del Superbonus, il no all’inceneritore a Roma. Poi si rivendicano i risultati dei governi Conte. Fin qui tutto perfetto. La difficoltà del M5S sta nel definire, o meglio nel tentativo di voler definire, l’identità di Conte. È il moderato rassicurante della pandemia o l’intransigente che fa negative campaigning in stile vecchio M5S?

Entrambe le etichette, a mio avviso, sono sbagliate. Ma una lo è di più. Da qualche giorno il presidente del M5S rievoca l’immagine di sé ai tempi dell’inizio della pandemia: “Io sono una persona seria e responsabile, sono lo stesso che ha affrontato il periodo più duro della pandemia, adottando misure per primo nel mondo occidentale”. Concetto lanciato sui social e ripetuto in televisione, a dimostrazione del fatto che si tratta di una strategia comunicativa studiata a tavolino. Un messaggio che si ritiene efficace e che deve essere ripetuto.

Questo è un errore gravissimo a mio avviso. È vero che Conte, durante il suo governo in pandemia, ha raggiunto picchi di popolarità. Ma oggi i tempi sono cambiati. Gli italiani ricordano i mesi di lockdown con angoscia. La partecipazione emotiva alla guerra contro il nemico invisibile è diventata rabbia, oppure depressione. Siamo nauseati da ogni narrazione relativa al Covid. Vogliamo lasciarci quel maledetto virus alle spalle e dimenticarlo il prima possibile.

È la lezione di Winston Churchill. Il grande premier britannico fu l’eroe europeo della Seconda guerra mondiale. Un leader coraggioso che ha cambiato il corso della storia, portando alla vittoria sulla Germania di Hitler. Eppure, immediatamente dopo, alle elezioni del 1945, fu sconfitto. Churchill perse le elezioni contro il partito laburista di Clement Attlee. Il popolo, in tempo di pace, non voleva il leader dei tempi di guerra. Era arrivata l’ora di guardare avanti, mentre Churchill era ormai troppo legato al periodo bellico. Conte non è più legato ai tempi bui della pandemia. Perché tornarci, artificiosamente, con questa narrazione? Può solo fargli male.

Anche il Conte populista è poco credibile. I suoi attacchi meglio riusciti, come quello in Senato a Salvini, seduto al suo fianco, dopo la crisi del Papeete, sono caratterizzati da eleganza, moderazione e argomentazioni precise. L’aggressività che gli si vuole tirar fuori forzatamente in questi giorni, contro Letta e Meloni, non gli appartiene. E questo arriva agli occhi di chi guarda. Conte sia se stesso. Rivendichi i risultati ottenuti, attacchi gli avversari nel merito – non a tutti i costi e su qualsiasi cosa -, si mostri calmo e sorridente come è e non parli mai più degli anni da incubo della pandemia. La mia opinione è che facendo questo può solo recuperare terreno.

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